venerdì 25 maggio 2018
Donne grasse, non tatuate le vostre cosce!
Ogni giorno mi sono imposto di fare una piccola passeggiata. Breve, per carità. La faccio per riprendere contatto con il mondo, per sprofondare nella necessaria perdita di senso che mi provoca il varcare l’uscio di casa. Oggi, quindi, al termine della quotidiana camminata, riflettevo su un arbusto che vedevo spuntare al lato, sul cigno per meglio dire, della strada. Non ricordavo come si chiamasse anche a causa della personale difficoltà nell’associare fiori e alberi ai rispettivi nomi, che a me risultano essere troppo complitati per evocarli alla bisogna.
Non so voi, ma quando mi concentro su qualcosa mi capita di guardare involontariamente in giro. La testa ciondola nel disperato tentativo di corroborare (ma non in senso popperiano) il pensiero, l’idea giusta, che tarda a manifestarsi. Così, assorto dall’arbusto, lo sguardo si è posato sulla base di un monumento sulla quale era tracciata una frase: Donne grasse, non tatuate le vostre cosce!
La scritta era in un bel verde brillante, tutta in corsivo tranne grasse e cosce, che erano in stampatello. Più che il senso della frase, del resto molto grossolana e offensiva, mi avevano colpito l’assonanza tra le parole in stampatello e il fatto che chi le aveva scritte, pur brillando in volgarità, avesse risparmiato, al peripatetico lettore, il comune errore ortografico consistente nello scrivere il plurale di coscia con una i in più.
Questo nuova riflessione mi aveva distratto dall’arbusto e dal suo nome e la mia attenzione si era trasferita alla scritta verde. Solo dopo un centinaio di metri, con in mente questo nuovo pensiero, mi fermai a riflettere sulla correttezza di quella affermazione. Bah! Quale fastidio poteva creare il tatuaggio sulla coscia di una donna grassa? Forse lo stesso dell’inestetismo provocato nel vedere individui corpulenti indossare maglie a larghe strisce orizzontali? Chissà.
Il dubbio persisteva nonostante il trascorrere delle ore. Per evitare di affrontare una notte agitata, prima di cena ho telefonato ad una mia amica il cui nome comincia per A. Mi ha detto che aveva avuto molto da fare durante il giorno e mi avrebbe potuto dedicare solo cinque minuti. Le ho spiegato molto velocemente cosa mi era accaduto. Che ne ero stato molto turbato non però per l’errore ortografico assente e nemmeno per la rima mancata, che il mio primo pensiero era andato al fatto che era una scritta offensiva, che prima però avevo pensato all’arbusto, che non ricordo mai il nome delle piante e degli alberi, che avevo visto la scritta solo perché la testa mi ciondola quando penso, che non riuscivo a capire se fosse per un problema estetico, che allora le donne grasse potevano ben tatuarsi i polpacci, che però così non c’era rima, che forse era meglio disegnarsi le caviglie, che non sapevo se fosse giusto tatuarsi, che questo valeva sia per i grassi che per i magri, che però lo facevano tutti, che a porsi questi problemi si rischiava di essere impopolare, che io non sapevo se i tatuaggi colorati fossero più belli, che io avevo un neo sul braccio e mi bastava…
Il silenzio prolungato di lei fu il segno che i cinque minuti erano trascorsi. Pronunciai due volte il suo nome come per vedere se ci fosse ancora. Forse era caduta la linea.
©2018 G. Brevetto (da Ossalati di Calcio e altre Calcolosi)
lunedì 20 marzo 2017
IL POETA È MALATICCIO
alticcio,
scanzonato.
Altre, similmente è tristo,
ombroso,
sfortunato.
Lui veste grigio o di nero
è vero:
trascurato.
Un poeta è d'altri tempi?
no, no, no:
riciclato.
Vuol lui così dimostrare
che a volte,
per campare,
un bel po' travestirsi occorre
ed anche
tralasciare
Il contenuto ed o la rima
o quel ch'è
detto prima:
di quell'effetto comico
dell'abito,
del monaco.
© 2017 G. Brevetto, da “Lo sciamano vegano e altri scritti antropometrici”
giovedì 26 gennaio 2017
'MBA O GLOC O CIOC (O ROBA DEL GENERE)
Stanotte i miei sospetti sono stati confermati. Da qualche giorno un rumore, come un ronzio (ma molto più forte, tanto da far vibrare i muri) viene dal piano di sopra o dalla signora cha abita nell’appartamento di fianco (chissà?).
Il rumore non è solo prodotto da una vibrazione, ma anche da un trapanare o rovistare. Ma anche un mescolare, di fluidi come quasi solidi ma non molto compatti. Infine, da un versare (stando attenti a raccogliere l’ultima goccia coll’indice) seguito da uno schiocco come quelli che si fanno risucchiando indentro le guance e allargando, poi, le labbra di scatto: insomma a me sembra un rumore tipo un ‘mba o gloc o cioc (o roba del genere).
Il citato rumore, aggiungo per facilitare la comprensione dei fatti, non è continuo ma si manifesta solo per alcune ore nel corso del giorno e della notte. Stanotte, io, questo rumore l’ho sentito bene. Mi rigiravo nel letto, presumo per un’insonnia temporanea dovuta a cause ancora in corso di accertamento ( ma ho anche lì dei sospetti), quando d’improvviso mi è apparsa la soluzione. Di tutto. Cioè di tutto quel vibrare, mescolare, versare e ‘mba o gloc o cioc o che dir si voglia.
Avevo già da qualche minuto scartato del tutto la natura umana del rumore, quando ho capito che doveva essere uno di quei casi in cui si è messi di fronte alle-cose-stesse (si dice così per non confonderle con le-stesse-cose). Messo di fronte a quella realtà, ero finalmente riuscito ad aver chiaro ed evidente quel ronzare-vibrare-versare-schioccare, con tutta la sua natura di versare-per-riempire ( diciamo del ruolo della tecnologia, con tutte e sue implicazioni). Ma anche quell’assaggiare-per-gustare, o meglio (e perdonatemi l’imprecisione precedente) dell’ affondare-cucchiaino-sollevarlo-portarlo-alla-bocca-per-poi-richiuderla-estraendo-il-cucchiaino-stesso.
Proprio mentre le cose-stesse si andavano sempre più complicando (e dopo aver cercato in casa una caramella al miele) mi sono arreso a quella che poteva e doveva essere la fonte di quel rumore. Dopo aver ascoltato ininterrottamente ancora per cinque minuti, nel silenzio notturno ho definitivamente sentenziato: è una macchina per produrre yogurt!
Ora, se di sopra o nell’appartamento di fianco producono yogurt deve pur esserci un camioncino, un’insegna, un indizio che dica che qui accade tutto ciò. Tutto sembra tacere, tutto tranne il ronzio. Ecco ci sono, ho capito: Lo smerciano nel palazzo, nottetempo! Lo assaggiano senza dirmi nulla. Approfittano della mia buona fede e del fatto che io gli yogurt li compro al supermercato (quando ci sono gli sconti).
E, se la causa è comunque maggiore dell’effetto, devo dedurne che si tratta di una classica cospirazione-contro-di-me. Non lo so, forse una volta avevo visto un vasetto di vetro che fuorusciva da un sacchetto di rifiuti che era stato dimenticato all’ingresso del palazzo. Ma tutto qui e, prima di parlare di cospirazione, ce ne vuole. Ma se di cospirazione si tratta è inutile verificare: tutti mi prenderebbero per matto.
Il mio amico Filippopiero, di professione psichiatra da poco abilitato alla professione, è stato da me contattato nella tarda mattina del giorno 10 novembre. “Sei stressato – mi ha detto – dovresti far attenzione alla tua salute, oramai hai una certa età.” Mi ha detto anche di stare attento ai sogni, forse ingannano.
La sera sono rientrato a casa, le scale sono imbrattate di una sostanza bianca dal sapore acidulo. Ho chiesto alla mia vicina e, prima che chiedessi, ha detto che certamente non è yogurt. In casa ho notato che il ronzio si è fatto ancora più evidente. È ancora un vibrare, mescolare, versare e ‘mba o gloc o cioc o che dir si voglia.
Alle 23 e 35 del 10 novembre ho pensato che Filippopiero avesse, in fondo, ragione.
Si tratta di un inganno: il sogno ricorrente degli inquilini del palazzo è una macchina per fabbricare yogurt. Gli altri pensano, dunque io sono.
© 2017 Gianfranco Brevetto
lunedì 28 novembre 2016
LA LEZIONE DI PROVA CHE TI CAMBIA LA VITA
È da un po’ di tempo che mi annoio. Qualche ora. Sto pensando, quasi quasi, di iscrivermi ad un corso di non so cosa. In tutti i casi, sarebbe meglio una lezione di prova. Tanto per vedere chi c’è.
Ho cercato in giro qualcosa d’interessante, ci sono tanti corsi e tutti mi sembrano indispensabili. In verità, sarei un po’ in ritardo per l’iscrizione, ma mi accetterebbero lo stesso.
Potrei iniziare mercoledì, alle 19, con la lezione di prova, c’è anche il maestro. Sarei quindi impegnato tutti i mercoledì e venerdì. Si tratta di un percorso molto bello e progressivo. Ma non so decidermi.
Ho anche una certa fretta, aumentata dalla noia. Sì un corso , a questo punto dell’anno e della vita, ci starebbe proprio bene. Voglio conoscere gente nuova, rilassarmi, impegnarmi e soprattutto poter dire agli altri che ho iniziato a frequentare un corso. Certo. Però per far più bella figura, e per destare interesse e invidia, dovrebbe essere anche un corso particolare, di quelli che gli altri non ci hanno mai pensato.
Una novità, qualcosa di strano insomma! Sì, sì, si, stavolta farò proprio il corso che mi cambierà la vita. Imparerò finalmente come si fa e diventerò esperto. Magari acquisterò qualche potere magico, soprannaturale. Tutti rimarranno a bocca aperta quando dirò a cosa mi sono iscritto.
Ma di cosa? Prima che mi ponessi, di nuovo, questa domanda ho capito che per me era indifferente. L’importante era stupire. A ben pensarci qualcosa di culturale e di sensuale, di esotico e di esoterico, di ambientalista e di animalista, di teorico e di pratico. Stupirò tutti e me stesso.
La mia amica Ignazia di anni 56, casalinga che recentemente ha scoperto di essere in sovrappeso, si fa chiamare Mimma, perché Ignazia va da sé che è intollerabile. Mimma ha frequentato, nel corso di quest’anno bene 22 corsi, distribuiti tra primo, secondo e terzo quadrimestre. È una vera esperta nel settore. Lei sostiene che nessuno di questi corsi l’abbia soddisfatta, in quindici si è fermata alla sola lezione di prova.
Mimma sostiene di soffrire di fame nervosa ed ha appena iniziato una dieta ayurvedica. Ho notato che possiede tre bottiglie di amaro in un mobile pensile della cucina.
Lei mi ha dato un’ottima idea. Geniale nel vero senso della parola. Si tratta di un corso dove s’insegna a costruire le lampade di Aladino. È un brevetto tedesco e non bisogna dubitarne. Sono previsti anche lauti guadagni se uno, poi, si mette in proprio.
Mimma mi ha convinto ed oggi sono andato alla prima lezione. Quella di prova. Ambiente simpatico, maestro simpatico, luci soffuse, profumi d’incenso. Tutto mi sembrava ideale.
Il maestro ci ha fatto accomodare in cerchio (in questi ambienti si usa così) e ci ha iniziato a spiegare le finalità del corso (che bravo, si vede proprio che è un maestro che sa tutto!). Ad un certo punto ho avuto bisogno di fare pipì. Cosi ho chiesto dov’era il bagno e ci sono andato.
Nel corridoio c’era uno scatolone dal quale fuoriuscivano degli oggetti che sembravano proprio delle lampade come quelle di Aladino. Non ho saputo resistere e ne ho presa una. Mi sono infilato nel bagno e l’ho incominciata a sfregare.
Dopo un po’, come era da prevedere, è uscito un piccolo Genio. Anzi, a ben guardare, si trattava di una Genia, molto carina. Abbiamo parlato per qualche minuto, poi lei mi ha proposto di fuggire insieme.
- E la pipi? Le ho chiesto io.
- La farai altrove! Mi ha risposto saggiamente lei.
© 2016 Gianfranco Brevetto
martedì 15 novembre 2016
A NOI BASTA IL NOSTRO TEMPO
Ho telefonato quindi a Mascarano Terenzia, di anni 42, nota per aver più volte disturbato la quiete pubblica per la sua risata incontenibile. Forse era il suo compleanno. Mi ha risposto la figlia e mi ha detto che la madre era , in quel momento, occupata e che avrebbe avuto impegni per tutta la giornata. Ho deciso di uscire, per fare due passi e godermi la bella stagione.
In ascensore ho incontrato una persona anziana, il signor Morotti Aldo, classe 1926, ex alpino. Il signor Morotti Aldo, di fu Milziade e fu Vittoria Contapassi, era da qualche anno pensionato e, apparentemente, a riposo. Si è innervosito perché l’ascensore ci metteva troppo tempo a scendere dal secondo piano, mi ha detto che sarebbe dovuto andare alla posta, poi alla banca, poi al comune, poi allo sportello invalidi, poi all’inaugurazione di un negozio di pianoforti, poi a scuola di suo nipote, poi al supermercato, poi in palestra per fare la ginnastica dolce per rilassarsi. Non si è potuto intrattenere nemmeno un secondo in più (gli avevo proposto un caffè al bar sottocasa) perché aveva da fare assai.
Ho incrociato in strada, De Marcellis Paride, mio ex compagno di scuola, invecchiato prematuramente a causa di un matrimonio finito per cause ancora da accertare e, a lui, ignote. In un primo momento ha finto di non riconoscermi, poi si è fermato indicandomi la sua auto in sosta e, mentre freneticamente muoveva l’indice verso un berlina color caco che doveva essere la sua, mi diceva che doveva andare con urgenza a prendere uno zio che si era sentito male mentre andava dal dentista e che, mentre sveniva, gli avevano rubato il portafogli. Lo stesso portafogli che aveva recuperato durante l’incendio di una cantina di un suo amico. Mi ha detto, inoltre, che era arrivato due volte ultimo alla maratona di Zanzovecchio, dove lui non aveva potuto partecipare a causa di un’unghia incarnita. A causa di tutto ciò, mi ha soggiunto mentre fuggiva via, che quest’anno sarebbe andato in montagna solo per qualche giorno perché amava il sushi. De Marcellis Paride era noto a scuola per il suo impegno politico e per aver perso due volte il cappello durante le gite scolastiche.
Sono entrato in un alimentari e ho chiesto al commesso dove potessi trovare del pane carré. Mi ha detto di cercare dal quella parte perché lui aveva da fare. Anzi mi ha detto anche di scostarmi: doveva passare e intralciavo. Ho atteso che si liberasse per poter chiedere anche delle alici sotto sale ma, dopo tre quarti d’ora, sono andato via.
Saverio è un mio amico, è venuto stasera a trovarmi e mi ha chiesto: come stai? Gli ho detto che non lo sapevo. Saverio è un filosofo in pensione e, da qualche anno, si rifiuta anche di pensare. Abbiamo bevuto una tisana.
A noi basta il nostro tempo.
lunedì 19 settembre 2016
LO SPRITZ CHE A SPRATZ CI SPRUTZ LA VITA
lunedì 12 settembre 2016
DUPLICATO SARA' LEI!
lunedì 16 maggio 2016
VADO IN INDIA ALLA RICERCA DI ME STESSO
sabato 2 aprile 2016
MARTA E... CHIARA MENICHETTI
lunedì 14 dicembre 2015
LA CARTA DA PARATI POTREBBE DISTURBARE
Anzi, quando all’uscita della scuola si formano i crocchi di mamme in trepida attesa (e in evidente difficoltà di’impegnare il tempo) , lei saluta, ascolta i discorsi sui figli altrui, prende per mano Marco, risaluta e se ne va.
- La mia Rebecca ha fatto il saggio di danza, ero in prima fila: che emozione!
- Il mio Giorgio, è stato selezionato per la scuola di calcio, una vera soddisfazione per il papà. Noi siamo abbonati a tutti i canali di calcio e non perde una partita. Fino a tarda notte.
- La mia piccola Jessica ha ammutolito tutti: ha fatto delle frittelle con la panna senza lievito e con il grano biologico. Fritte con l’olio senza olio. Ottime!
- Mirko, ha sei anni ed il papà gli ha fatto già provare una moto per nani, è arrivato secondo ma solo perché il primo era raccomandato. Lo zio è un idraulico ed il motore glielo ha preparato lui. Ha unito alla benzina uno speciale additivo di sua invenzione. La formula la conosce solo lui perché è stato un mese a Modena ad aggiustare la lavatrice al dott. Filippo Zarri, dell’omonima farmacia.
- Mia figlia Marzia studia canto
-inglese-jazz in modalità offline, ha un insegnante svedese che è stata per tanto tempo in India. La svedese ha una voce bellissima perche mangia riso del Tibet. Credo che sia la milionesima reincarnazione della dea della pesca a strascico nel fiume Gange. Marzia ha deciso di non nutrirsi più di foglie di sambuco ad uso veterinario, le provocano i brufoli.
- Mio marito, un bell’uomo che me lo invidiano tutte, è appena tornato da una cena aziendale. Ha detto che un suo amico - ché lui sì che sa le cose - non usa più la cintura dei pantaloni perché è favorevole alle bretelle.
Che questo ultimo discorso non c’entri niente, è evidente. E’ solo uno sfogo da parte della mamma di Rachele. La bimba è campionessa italiana di salto coi pattini uniti. Rachele va ogni sera a letto alle otto e sedici minuti e si sveglia ogni mattina alle sette e trentuno. La mamma le prepara una fetta biscottata più un quarto di fetta di pane di segale con il lievito madre. Ricopre entrambi le fette con marmellata vegana di fiori di zucca: glielo ha prescritto l’allenatore di pattini uniti, che è un croato naturalizzato cinese.
Quest’anno, a scuola di Marco, hanno organizzato la recita di Natale. Marco deve andarci perché gli piace stare un pomeriggio in libertà con i suoi amici.
Mariella sa cosa l’aspetta.
Le maestre hanno deciso che la divisa per la recita di quest’anno sarà scarpe rosse, maglione verde acqua, pantaloni alla zuava color caco e cappello viola con righine rosse e amaranto.
- E che i colori siano quelli! Ha precisato la maestra.
Mariella ha riflettuto a lungo se dipendesse da lei il fatto che nessuno di quei capi e nessuno di quei colori fosse nel guardaroba di Marco. Ma, siccome gli altri genitori hanno detto che glieli avrebbero fatti su misura le nonne (con le proprie sante mani) o glieli avrebbero regalati le zie ( odiose cognate alle quali rivolgono la parola con compiacente falsità) si è decisa a comprare tutto, ben sapendo che le userà una sola volta e che Marco si rifiuterà di utilizzarli in altre occasioni.
Marco è in quarta elementare, i personaggi a lui affidati in occasione delle recite, nel corso degli anni, sono stati quello di un ramo di albero, di una sedia, di un quadro e, dulcis in fundo, di carta da parati sulla quale sono disegnati grossi fiori gialli.
Marzia farà la principessa e Mirco il principe, perché dice la maestra che sono spigliati ed hanno buona memoria. La loro voce è cristallina e fanno anche le mossette col viso e con gli occhi.
- Che bravi! Che belli ! Dicono sempre tutti alla fine.
Il giorno fatidico è arrivato. Genitori emozionati e nervosi. Bimbi nervosi e stanchi.
Marco sta lì fermo perché la carta da parati non si può muovere. Così gli hanno detto.
Rischierebbe di rovinare tutto. Marzia non gli rivolgerebbe più la parola.
© 2015 – Gianfranco Brevetto
giovedì 3 dicembre 2015
TRE AVVOCATI, DUE BANCARI E LE LORO CINQUE MOGLI
La fidanzata, Ambrosia Adelma detta Ciccicicci, ha fatto gli studi classici ed ama molto dipingere barche a vela. Anche lei mangia molto in alcuni periodi, mentre in altri fa la dieta. I due però ingrassano e dimagriscono con un andamento opposto. Cosicché, quando Ciccicicci è ingrassata, Vladimiro appare in piena forma e viceversa.
Il risultato è che, nelle foto, non appaiono mai tutt’e due magri o tutt’e due snelli. Tranne in un quel particolare momento in cui lui è a metà del dimagrimento e lei a metà della fase di ingrassamento. Ma di foto ne fanno poche perché lei dice che viene male e a lui non piace essere taggato su facebook.
Devo aggiungere che, l’avvocato Vladimiro, non ha un nomignolo come Ambrosia Adelma, perché lui è avvocato e teme che, Ambrosia Adelma, possa importunarlo e ridicolizzarlo quando lui è nel suo studio con i clienti.
A Vladimiro piace giocare a calcetto con gli altri colleghi, ma lo fa solo nel periodo dell’anno in cui è magro. Ad Ambrosia Adelma piace molto comprare scarpe e vestiti, e li compra sia quando e magra che quando è grassa, conservando tutto in due armadi distinti.
Non escono mai insieme perché lui è avvocato, ma se avesse lavorato in banca sarebbe stato uguale, e lei approfitta per uscire con le sue quattro amiche, sempre le stesse: Maria Filippa, Ambra Sole, Teresa Angelica, Mirabile Amabile Luce Aurora.
Il marito di Maria Filippa è avvocato collega di studio di Valdimiro. E’ taciturno, guarda in tv le partite di calcio del campionato dello Zaire, ha vomitato una sola volta nella vita e se ne vanta.
Quello di Teresa Angelica lavora in banca, ha molto da fare ed è meglio non disturbarlo. Ha lo sguardo fisso, arriva a casa e non saluta, si siede per cenare e rimane lì fino alle undici e trenta di sera, quando la cena è terminata da un pezzo. Ha due figli e confonde i loro nomi, i pargoli ormai non ci fanno più caso.
Ambra Sole ha sposato anche lei un avvocato di venticinque anni più vecchio. Lui va solo alle udienze più importanti, trascorre notti e giorni nel suo studio a preparare memorie e ricorsi. Ha un’unghia incarnita e beve solo acqua piovana dopo averla bollita.
Mirabile Amabile Luce Aurora, ha quattro nomi e, di conseguenza, ha avuto diritto a due mariti. Il primo era un avvocato scomparso in circostanze misteriose durante una battuta di caccia. Non si è mai saputo che fine avesse fatto, alcuni dicono che sia fuggito altri lo danno per morto, caduto in chissà quale burrone. Dichiarato morto dopo un decennio di vane ricerche, ha lasciato la sede matrimoniale ufficialmente vacante. Per questo motivo, Mirabile Amabile Luce Aurora ha potuto sposare l’attuale marito col quale già conviveva da circa nove anni e mezzo.
Si tratta di un bancario della Cassa di Risparmio dell’Alta, Media, Bassa Valle e del Bosco Vicino. Stressato per il troppo lavoro, beve una bottiglia di amaro fatto in casa ogni due giorni. Sostiene che, l’amaro fatto dalla nonna, abbia proprietà miracolose: gli alleggerisce un peso che da anni ha sullo stomaco. Ha fatto tutte le analisi, comprese quelle che costano di più, ma sembra sano come un pesce. E’ andato da un psichiatra che gli ha prescritto un elettroencefalogramma durante le ore d’ ufficio. Ma lui la rifiutato per paura di essere licenziato. Si guarda spesso alla specchio perché ha paura di restare calvo.
Mirabile Amabile Luce Aurora non ha rapporti sessuali con nessuno dalla scomparsa del primo marito e tantomeno con i bancario. Ma anche con il primo marito non aveva avuto rapporti intimi sin dal giorno del loro matrimonio.
Per completezza di cronaca le altre coppie hanno un solo rapporto sessuale al mese. Lo fanno perché hanno letto sul giornale che è la media dei rapporti nelle coppie felici. E loro ci tengono ad essere considerati normali e felici.
Le mogli, di comune accordo, indossano biancheria intima leopardata per ricordare ai mariti l’appuntamento mensile. Fingono orgasmi mentre i mariti fingono l’unica ed ultima defaillance della loro vita.
Tutti sembrano impegnati seriamente nella loro esistenza. Infatti, i cinque quinti pagano le utenze domestiche, i tre quinti hanno estinto il mutuo dell’acquisto della casa. I due quinti pensano di comprare una seconda casa al mare, un quinto ha la barca, i quattro quinti visitano i ristoranti alla moda.
Nessuno ha domande da porre e credo che mai le porrà.
© 2015 Gianfranco Brevetto
mercoledì 4 novembre 2015
martedì 28 luglio 2015
Divieto di sosta ai non credenti
Chi ci è stato assicura che la cosa viene fatta in poco – o pochissimo - tempo. Ore, o addirittura minuti. Basta recitare qualche frase a scelta - o anche presa a caso come si fa con i numeri da giocare al lotto - è tutto, più o meno miracolosamente, si compie. Ho sempre avuto grande simpatia per questo tipo di divinità, alle quali si riserva la stessa ipocrita devozione dovuta ai mestieranti della politica (… meglio tenerseli buoni quelli… possono sempre tornare utili…). Una delle caratteristiche di una dea o di un dio è infatti quella di essere utile.
Una dea o un dio inutile appare una contraddizione del sacro, una beffa, uno scherzo di carnevale, una presa per i fondelli (rigorosamente al plurale). Comunque sia, la cera ed i buoni propositi costano poco (anche se la questione dell’obbligo di offrire un sacrificio in cambio mi porterebbe a pensare ad un’utilità reciproca). Grande simpatia, ma anche timore rispetto, dicevo. Perché di vendette divine ne è piena la storia degli umani: l’ira anche di un solo dio può costare molto caro. A parte questo, nel grande tempio ci si sente al sicuro. Le dèe e gli dèi sono suddivisi per competenza. Ognuno si occupa di un pezzetto della natura, dei sentimenti, delle beghe umane. Basta cercare e si trova il dio giusto. Il mio amico Pancrazio ha anche lui visitato il tempio, aveva problemi di parcheggio. Abita, infatti, in una grande ed affollata città. Ha trovato il dio del traffico e gli ha offerto un modellino della sua auto in plastica. Quando è tornato a casa ha trovato delle strisce bianche disegnate sull’asfalto. Dentro c’era scritto in caratteri cubitali: “riservato a Pancrazio – divieto di sosta ai non credenti”. Pancrazio era molto soddisfatto di questa concessione divina. La sera, la moglie gli ha dato anche un bacetto sulla guancia, sintomo di un amore che non tramonta mai. Pancrazio era contentissimo della sua avventura e non smetteva più di raccontare tutto quello che aveva fatto e visto nel tempio. Addirittura c’era anche la statua del dio dei piccoli amori. Rappresentava un bellimbusto calvo con i calzini che gli arrivavano alla caviglia. Aveva anche un tatuaggio tribale sulla natica destra (difficilissimo da riprodurre in marmo..). Era un dio frequentatissimo, folle di donne e uomini, ragazza e ragazzi, venivano a deporre sull’altare, proprio davanti a lui, piccoli ricordi degli amori di qualche giorno o di una settimana, baci rubati, amplessi scomodi e precari, numeri di telefono scritti e cancellati velocemente, abiti risistemati all’istante, dignità miracolosamente riacquistate nel giro di qualche ora. Pancrazio si divertiva molto nel raccontare queste cose. Però divenne, ad un tratto, serio. Gli era venuta in mente l’immagine di una donna che aveva visto avvicinarsi in lacrime a quel dio. Piangeva e si disperava perché si vedeva costretta a sacrificare il suo piccolo amore: non aveva saputo resistere alla critiche delle vicine pettegole, delle amiche benpensanti. Affranta, disgustata, alla fine aveva ceduto. La donna uscendo aveva giurato a se stessa di non rimette più piede in quel luogo. - Ma se l’amava tanto – chiesi io – perché non ha offerto il suo sacrificio al dio dei grandi amori? - Dio dei grandi amori? Non mi risulta che esista! – sentenziò Pancrazio sospirando.
© 2015 Gianfranco Brevetto
venerdì 17 aprile 2015
domenica 15 marzo 2015
NOMINA SUNT OMINA
Mi sono sempre chiamato col mio nome. E questo è successo, più o meno, dal giorno in cui sono nato. Qualcuno, ma molto probabilmente è stato mio padre, sarà andato a declinarlo in qualche cartaceo e sonnolento ufficio d’anagrafe.
lunedì 23 febbraio 2015
Le désordre
photos de couverture : Anna Pianura
sabato 29 novembre 2014
All'inizio non fu il tango
lunedì 17 novembre 2014
PSICOFTALMOLOGIA FAMIGLIARE
sabato 8 novembre 2014
L'AutoAmabile
venerdì 12 settembre 2014
Pierina Porfirina
G. Brevetto, Ametàstrada














