C'est en écrivant qu'on devient écriveron (Raymond Queneau)

C'est en écrivant qu'on devient écriveron (Raymond Queneau)
"C'est en écrivant qu'on devient écriveron" (Raymond Queneau)

lunedì 28 novembre 2016

LA LEZIONE DI PROVA CHE TI CAMBIA LA VITA


È da un po’ di tempo che mi annoio. Qualche ora. Sto pensando, quasi  quasi, di iscrivermi ad un corso di non so cosa. In tutti i casi,  sarebbe meglio una lezione di prova. Tanto per vedere chi c’è.
Ho cercato in giro qualcosa d’interessante, ci sono tanti corsi e tutti mi sembrano indispensabili. In verità, sarei un po’ in ritardo per l’iscrizione, ma mi accetterebbero lo stesso.  
Potrei iniziare mercoledì, alle 19, con la lezione di prova, c’è anche il maestro. Sarei quindi impegnato tutti i mercoledì e venerdì. Si tratta di un percorso molto bello e progressivo. Ma non so decidermi.
Ho anche una certa fretta, aumentata dalla noia. Sì un corso , a questo punto dell’anno e della vita, ci starebbe proprio bene. Voglio conoscere gente nuova, rilassarmi, impegnarmi e soprattutto poter dire agli altri che ho iniziato a frequentare un corso. Certo. Però per far più bella figura, e per destare interesse e invidia, dovrebbe essere anche un corso particolare, di quelli che gli altri non ci hanno mai pensato.
Una novità, qualcosa di strano insomma! Sì, sì, si, stavolta farò proprio il corso che mi cambierà la vita. Imparerò finalmente come si fa e diventerò esperto. Magari acquisterò qualche potere magico, soprannaturale. Tutti rimarranno a bocca aperta quando dirò a cosa mi sono iscritto.
Ma di cosa? Prima che mi ponessi, di nuovo, questa domanda ho capito che per me era indifferente. L’importante era stupire. A ben pensarci qualcosa di culturale e di sensuale, di esotico e di esoterico, di ambientalista e di animalista, di teorico e di pratico. Stupirò tutti e me stesso.
La mia amica Ignazia di anni 56, casalinga che recentemente ha scoperto di essere in sovrappeso, si fa chiamare Mimma, perché Ignazia va da sé che è intollerabile. Mimma ha frequentato, nel corso di quest’anno bene 22 corsi, distribuiti tra primo, secondo e terzo quadrimestre. È una vera esperta nel settore. Lei sostiene che nessuno di questi corsi l’abbia soddisfatta, in quindici si è fermata alla sola lezione di prova.
Mimma sostiene di soffrire di fame nervosa ed ha appena iniziato una dieta ayurvedica. Ho notato che possiede tre bottiglie di amaro in un mobile pensile della cucina.
Lei mi ha dato un’ottima idea. Geniale nel vero senso della parola. Si tratta di un corso dove s’insegna a costruire le lampade di Aladino. È un brevetto tedesco e non bisogna dubitarne. Sono previsti anche lauti guadagni se uno, poi, si mette in proprio.
Mimma mi ha convinto ed oggi sono andato alla prima lezione. Quella di prova. Ambiente simpatico, maestro simpatico, luci soffuse, profumi d’incenso. Tutto mi sembrava ideale.
Il maestro ci ha fatto accomodare in cerchio (in questi ambienti si usa così) e ci ha iniziato a spiegare le finalità del corso (che bravo, si vede proprio che è un maestro che sa tutto!). Ad un  certo punto ho avuto bisogno di fare pipì. Cosi ho chiesto dov’era il bagno e ci sono andato.
Nel corridoio c’era uno scatolone dal quale fuoriuscivano degli oggetti che sembravano proprio delle lampade come quelle di Aladino. Non ho saputo resistere e ne ho presa una. Mi sono infilato nel bagno e l’ho incominciata a sfregare.
Dopo un po’, come era da prevedere, è uscito un piccolo Genio. Anzi, a ben guardare, si trattava di una Genia,  molto carina. Abbiamo parlato per qualche minuto, poi lei mi ha proposto di fuggire insieme.
- E la pipi? Le ho chiesto io.
- La farai altrove! Mi ha risposto saggiamente lei.  

© 2016 Gianfranco Brevetto

martedì 15 novembre 2016

A NOI BASTA IL NOSTRO TEMPO

Evidentemente oggi è una giornata molto particolare.
Ho telefonato al mio amico Forlimpo Filippo, di anni 52, attualmente in cerca di prima occupazione,  per chiedergli come stava. Non mi ha lasciato nemmeno finire la domanda e mi ha detto che aveva molto da fare: era un periodo di tanti impegni da non lasciargli nemmeno un minuto di riposo. Mi ha parlato per circa un’ora delle tante cose che doveva o avrebbe dovuto fare, improrogabili quanto indefinite. Abbiamo poi interrotto  la telefonata perché aveva, nemmeno a dirlo, da fare.
Ho telefonato quindi a Mascarano Terenzia, di anni 42, nota per aver più volte disturbato la quiete pubblica per la sua risata incontenibile. Forse era il suo compleanno. Mi ha risposto la figlia e mi ha detto che la madre era , in quel momento, occupata e che avrebbe avuto impegni per tutta la giornata. Ho deciso di uscire, per fare due passi e godermi la bella stagione.
In ascensore ho incontrato una persona anziana, il signor Morotti Aldo, classe 1926, ex alpino. Il signor Morotti Aldo, di fu Milziade e fu Vittoria Contapassi, era da qualche anno pensionato e, apparentemente, a riposo. Si è innervosito perché l’ascensore ci metteva troppo tempo a scendere dal secondo piano, mi ha detto che sarebbe dovuto andare alla posta, poi alla banca, poi al comune, poi allo sportello invalidi, poi all’inaugurazione di un negozio di pianoforti, poi a scuola di suo nipote, poi al supermercato, poi in palestra per fare la ginnastica dolce per rilassarsi. Non si è potuto intrattenere nemmeno un secondo in più (gli avevo proposto un caffè al bar sottocasa)  perché aveva da fare assai.
Ho incrociato in strada, De Marcellis Paride, mio ex compagno di scuola, invecchiato prematuramente a causa di un matrimonio finito per cause ancora da accertare e, a lui, ignote. In un primo momento ha finto di non riconoscermi, poi si è fermato indicandomi la sua auto in sosta e, mentre freneticamente muoveva l’indice verso un berlina color caco che doveva essere la sua, mi diceva che doveva andare con urgenza a prendere uno zio che si era sentito male mentre andava dal dentista e che, mentre sveniva, gli avevano rubato il portafogli. Lo stesso portafogli che aveva recuperato durante l’incendio di una cantina di un suo amico. Mi ha detto, inoltre,  che era arrivato due volte ultimo alla maratona di Zanzovecchio, dove lui non aveva potuto partecipare a causa di un’unghia incarnita. A causa di tutto ciò, mi ha soggiunto mentre fuggiva via, che quest’anno sarebbe andato in montagna solo per qualche giorno perché amava il sushi.  De Marcellis Paride era noto a scuola per il suo impegno politico e per aver perso due volte il cappello durante le gite scolastiche.
Sono entrato in un alimentari e ho chiesto al commesso dove potessi trovare del pane carré. Mi ha detto di cercare dal quella parte perché lui aveva da fare. Anzi mi ha detto anche di scostarmi: doveva passare e  intralciavo. Ho atteso che si liberasse per poter chiedere anche delle alici sotto sale ma, dopo tre quarti d’ora, sono andato via.
Tornando a casa, sono passato dal medico curante. Il dottor Lo Fosco Ubaldo (che secondo lui si pronuncia Ùbaldo, perché la mamma era originaria delle Isole Comore), di anni 38, è proprietario di una barca a vela sulla quale ospita, a dire dei suoi pazienti (me escluso), donne di facili costumi. Essendo, in quel momento, il dottor Lo Fosco  molto occupato, ho cercato di prendere un appuntamento tramite la sua segretaria. La detta segretaria è la signorina Vela Linda, di anni 25, abbronzata, fa come secondo lavoro la portatrice di tatuaggi sulle natiche. La segretaria non mi neanche degnato di uno sguardo e, mentre parlava concitatamente al telefono, mi ha detto di ripassare all’inizio del prossimo anno.
Saverio è un mio amico, è venuto stasera a trovarmi e mi ha chiesto: come stai? Gli ho detto che non lo sapevo. Saverio è un  filosofo in pensione e, da qualche anno, si rifiuta anche di pensare. Abbiamo bevuto una tisana.
Prima di andare via, mi ha detto di aver letto da qualche parte che le cose da fare a questo mondo, da qualche anno, erano di molto aumentate. In più, chi nasceva ora si trovava sulle spalle anche il carico delle cose da fare che aveva lasciato chi era, nel frattempo, morto senza poterle portare a termine. Saverio mi raccontava, a sostegno di questa tesi,  di un suo nipote di 8 anni che aveva ancora da accompagnare la nonna a scuola e che si trovava in difficoltà perché la nonna era morta e la scuola era chiusa da venti anni. Saverio, tra l’altro, doveva ancora andare a comprare delle scarpe numero 46, lui portava il 43 ma le scarpe le avrebbe dovute acquistare il suocero quando, affaticato e impegnatissimo com’era, lasciò questo mondo all’età di 97 anni.  
E di molti altri impegni inevasi Saverio mi raccontò, fino a che il sonno non ci appesantì gli occhi. Guardai Saverio, mi guardò anche lui. Ci demmo appuntamento per l’indomani. Avremmo fatto  due passi e poi chissà dove saremmo andati a chiacchierare.
A noi basta il nostro tempo.

©Gianfranco Brevetto 2016


lunedì 19 settembre 2016

LO SPRITZ CHE A SPRATZ CI SPRUTZ LA VITA

Il mio amico Amedeo non sa resistere. Prima  di cena o di pranzo ,  vuole uno spritz. Perché? Non lo so!
Lo frequento abbastanza  e mi sono accorto che, i momenti in cui si abbandona allo lo spritz, sono tanti e variamente distribuiti durante il giorno. Lo spritz c’è  a metà mattinata, prima di pranzo, a metà pomeriggio, prima di cena, prima di coricarsi. Sembrerebbe, da quello che mi racconta Amedeo, che  con lo spritz si fanno delle pause. ad ogni pausa corrisponde uno spritz, ma non è detto che ad ogni spritz corrisponda un momento della giornata ben definito.  Comunque l’assunzione di spritz sembrerebbe, sempre secondo il racconto di Amedeo,  seguire alcune regole di ripartizione del tempo della giornata che, in questa prospettiva, diventerebbe più ordinata ed accettabile.
Una volta, con la scusa che tutti fanno la pausa dello spritz, mi sono fatto convincere dal mio amico a farla anche io. Per non essere da meno ma, soprattutto, per aver qualcosa da raccontare, un domani, ai miei nipoti. Insomma per poter loro dire: c’ero anche io.
Credevo, inoltre, che fosse giunto il momento di tralasciare i caffè e i cappuccini con i cuoricini e le faccine disegnare con la schiuma e dedicarmi a qualcosa di più serio ed esaltante.
Siamo quindi arrivati in centro città, dove gli aperitivi acquistano tutta la loro importanza. Il Bar, con una miriade di tavolini all’aperto si chiamava, tanto per restare inosservato, Gran Bar Excelsior. Ci siamo accertati che gli altri stessero lì per lo spesso motivo e ci siamo accomodati. Dimenticavo che, poco prima, eravamo passati da un sarto amico di Amedeo che ci aveva, in tutta fretta, adattati e prestati due vestiti da aperitivo.
In quel momento mi sono sentito un altro, diverso. Ero contornato da tutti quegli spritz con tante patatine, noccioline, pezzettini di pane con creme varie, olivette con e senza nocciolo, , rotolini di acciughe con dentro pezzettini di peperoni, ombrellini e rotelline di carta, fette e fettine di agrumi vari,  scorzette e  ciliegine. Stuzzicadenti, forchettine e forchettone, salviettine, bicchierini, bicchieroni colorati, cannucce, cucchiaini.
Insomma un mondo festoso e colorato. Attorniato da tutta quella bella gente, ho notato subito una signora sui quaranta che lasciava volutamente scoperta una spalla e ho  creduto che lo facesse per me. Pensavo che, quella dell’aperitivo,  fosse una sorta di pausa felice in un mondo sempre più degradato dalla corruzione e dalla violenza. Una beatitudine frizzante e variopinta. 
Ho persino, ma solo per un attimo, pensato di essere felice. Lo devo confessare, in quel tintinnio di bicchieri e fughe improbabili di olive bianche e nere, ho compreso finalmente l’importanza dello spritz.
Ho ringraziato Amedeo che mi aveva portato con lui in centro, al Gran Bar Excelsior. Ho lasciato di malavoglia  il tavolino cosparso di noccioline disperse e frammenti di patatine. Ci siamo dati appuntamento a domani, ma forse anche prima.
Che bello il mondo degli aperitivi! Non lo lascerò più. Lo prometto. Anzi credo che sarà la mia unica ragione di vivere. In mancanza d’altro.


©2016 Gianfranco Brevetto

lunedì 12 settembre 2016

DUPLICATO SARA' LEI!


Sembra che uno dei più grandi imperativi dell’età contemporanea sia quello di coordinarsi. 
Non solo nei tempi, ma anche nei colori, nelle fantasie, nelle letture, ascolti, idee. Ma anche gli orari in cui fare sesso o andare al bagno. La scusa è quella dei bioritmi che, se utilizzati al meglio, danno il massimo risultato. Chissà!
Mio zio Nicola aveva scelto di vivere per conto suo, con pochi contatti con gli altri e limitandosi ad ammirare i concittadini  affacciato al terrazzo o alla finestra di casa. Aveva la fortuna di abitare al centro di una grande città e poteva vedere tanta umanità sfilare sotto i suoi occhi.
Pochi amici e pochi parenti, non si era mai sposato. Non aveva mai avuto fidanzate. Non aveva mai lavorato, potendo contare su di una discreta rendita. Poche volte era partito per le vacanze, diceva che a casa sua stava meglio di qualsiasi altra parte.
Fin qui tutto noiosamente normale se non fosse che, a zio Nicola, dava fastidio qualsiasi cosa doppia, simile, rassomigliante, che ricordasse anche lontanamente qualcos'altro.
Aveva così deciso di modificare il suo nome in zioNicola (una sola parola) per evitare di confondersi con altri zii. Non possedeva oggetti che fossero identici o doppi: usava un mono ciclo per spostarsi, le posate erano pezzi unici come  i piatti,  il tavolo della sala aveva solo una gamba poi era accostato al muro, comprava una bottiglia di acqua alla volta, non usava mai lo stesso vocabolo quando parlava o scriveva.
Odiava i gemelli, i calzini, gli occhiali e i pantaloni. Come le paia di scarpe, le dita della mani e dei piedi.
Questa idiosincrasia era nei confronti  dell’uguale, delle cose coordinate e coordinabili, delle immagini doppie o speculari.
Per lui, tutte le cose e le persone avevano un senso solo se uniche. Per questo i suoi vestiti, quei pochi che aveva, li ordinava direttamente da un sarto su modelli esclusivi, la carrozzeria ed il motore dell’auto erano personalizzate e protette da copyright. I mobili di casa erano anch'essi fabbricati da artigiani su progetti tenuti in gran segreto.
Guai agli specchi! Avevano il difetto di duplicare e riflettere. Non festeggiava il compleanno per evitare di mischiarsi con tutti quelli che nel mondo erano nati nel suo stesso giorno.
Insomma Zionicola (guai a scriverlo due volte nello stesso modo) era fatto così. E come non dargli torto. Ci teneva a vivere nell'unicità, come unico lui pretendeva di essere.
ZiOnIcOlA era veramente originale, e aveva fatto dell’originalità il suo unico modo di vivere, ma di questa sua idea non ne parlava mai in pubblico: aveva paura di essere copiato.
Ma alla fine, tutto questo lavoro valse a poco. E sapete bene dove voglio arrivare. Questa sua opinabile, quanto rivoluzionaria e utopistica,  idea crollo proprio nel giorno della sua morte. Ma non fu come  immaginate. 
ZIOnicola aveva, infatti,  programmato e disposto, su questa terra,  in modo da non venire meno alle sue convinzioni.
Ma non aveva previsto l’aldilà. Qui, ZioNIcoLA,  oramai liberato dal suo unico corpo mortale è beandosi nella leggerezza della sua anima immortale, s’imbatté in quell'essenza alla quale mai aveva pensato nella pesantezza della materia: la sua unica ed insostituibile anima gemella.


© 2016 Gianfranco Brevetto















lunedì 16 maggio 2016

VADO IN INDIA ALLA RICERCA DI ME STESSO

Ieri sera sono atterrato all’aeroporto di New Delhi. Avevo solo un piccolo zainetto con me,  all’interno ci avevo sistemato una borsa pieghevole, quelle di tela morbida per intenderci. 
Nella gran confusione dell’uscita, ho  subito individuato Barbiche. Mi aspettava seduto alla guida di una vecchia Ape Piaggio.
Barbiche mi ha fatto accomodare nel cassone dove c’era un sedile coperto di alcuni cuscini che ricordavano motivi orientali. Ad un cenno del suo capo, gli ho mostrato il rotolo di rupie che avevo nascosto nella tasca dei pantaloni e siamo partiti. Eravamo al tramonto, almeno mi è parso così, ma non ne sono sicuro. So invece con certezza che devo essermi addormentato e Barbiche deve aver guidato per diverse ore. All’arrivo mi ha chiesto più rupie di quante ne avevamo pattuito nel nostro primo contatto, avvenuto nel mio inglese scadente, tramite un’agenzia di Taiwan che facilita questo tipo di contatti.
Barbiche mi ha scaricato dinnanzi ad un grande parallelepipedo sul quale, a grandi lettere, c’era scritto : India Oneself Company.
- Desidera? Mi ha chiesto all’entrata un ometto del tutto simile a Barbiche.
Io gli ho mostrato un  biglietto, scritto in una grafia incomprensibile, che mi avevano consegnato appena sceso dall’aereo e lui mi ha accompagnato all’interno.
Ho dovuto far ricorso alle mie reminiscenze aristoteliche, per accorgermi  che il parallelepipedo non era altro che un deposito nel quale erano raccolti i me stesso dell’intero genere umano. Conseguentemente fui costretto, nel tentativo di ricercarmi, ad entrare, come in un gioco di scatole cinesi,  in parallelepipedi sempre più piccoli. Su questi era indicati , via via che la classificazione genere-specie diveniva concreta, bianco, europeo, italiano, meridionale, campano, napoletano. Mi  trovai, in ultimo, di fronte ad un’enorme scatola e l’ometto mi fece un segno come per dirmi: cerca lì!
Fu solo in quel momento che mi apparve evidente la complessità di quell’impresa, in primo luogo perché lì dentro, alla rinfusa c’erano oggetti per me insignificanti che dovevano essere dei me stesso di perfetti sconosciuti. In più c’erano anche i me stesso di quelli che non si erano mai cercati, di quelli che non si erano accorti di essersi persi, dei me stesso rifiutati perché difettosi ed anche i duplicati dei me stesso di quelli che lo avevano definitivamente perso e ne avevano richiesto un altro in sostituzione.
La verità è che, in quella bolgia, diventava difficoltosa qualsiasi ricerca.  Infatti, i me stesso, sempre seguendo gli insegnamenti dello stagirita, erano solo materia senza alcuna forma.  Cosi che,  tutti quelli che si erano  miseramente persi, rischiavano di non ritrovarsi più.
Perché non avevo dato ascolto alla mia amica? Perché non aveva seguito l’indicazione scritta sul frontone del tempio di Delfi? Avevo sempre considerato il “conosci te stesso” una pura perdita di tempo.
Come potevo ora, se non mi ero mai conosciuto, riconoscermi in quella massa di materia informe?
Intanto erano arrivate anche altre persone e si sentivano pianti, imprecazioni, urla di gioia, che mi facevano pensare  a tutte le varie e possibili  situazioni che potevano capitare in quel luogo lontanissimo e sperduto del subcontinente indiano.
Era tutto un gran da fare:  cerca, ritrova , prendi, scambia, riporta, perdi, conosci, riconosci, tira e molla, adattarsi ad un me stesso trovato in buono stato o d’occasione, separarsi dai me stesso con i quali non si andava più d’accordo.
E poi c’era il problema dei falsi. Produrre dei me stesso in Cina costa la metà che in Europa. Sono del tutto identici a quelli originali, solo che durano meno. Alla prima crisi occorre sostituirli.
Dopo un’ora di inutili tentativi, decisi di uscire gettando un occhio allo scatolone  dei me stesso appartenenti alle persone morte che non erano riuscite a ritrovarsi in tempo utile. Molti di loro sarebbero stati dati in adozione.
All’uscita ritrovai Barbiche che. Prima di farmi risalire, mi chiese di mostrargli se avevo le rupie sufficienti per pagare il viaggio di ritorno. E così feci..
Vedendomi uscire solo con il mio zainetto e senza altro bagaglio si rese conto di quanto mi era successo. Della mia ricerca infruttuosa.
Una volta all’aeroporto Barbiche accennò ad un saluto solo dopo essersi accertato che tutte le rupie in mio possesso gli fossero state consegnate. A quel punto, stanco ed esausto, trovai il coraggio di prenderlo per un polso e domandargli:
- Secondo lei, esiste davvero un me stesso?
Barbiche mi guardò per un attimo e poi rispose:
- Per noi sono solo cose per turisti.

© 2016 Gianfranco Brevetto

 

sabato 2 aprile 2016

MARTA E... CHIARA MENICHETTI


Marta....

uno dei nomi che avrei voluto dare a mia figlia.

Marta... la donna così indaffarata, narrata dal Vangelo... ma ben più grande forse nei sentimenti di chi trovava stasi e meditazione... “Marta.. Marta”.

La Marta di Gianfranco... una storia muta.. ma assordante.... uno scomporsi in mille pezzi per poi riuscire ad esser Una.

Una voce narrante... che si insinua, osserva, guarda... complice di un puzzle disfatto.. di cui ancora non si e' deciso se conservare o gettare i pezzi.. una scrittura muta.. che non si fa stendere sulla carta.. ma disegna rivoli di nuvole nella mente.

Marta, che si fa guardare... che si difende... che abita un tempo senza punteggiatura. Un uomo, forse ferito o in rinascita..un investigatore di se stesso e della femminilità di Marta. Un amore non consumato perché ancora avvolto da troppe solitudini.

Un disperato bisogno di conoscersi osservandosi nello specchio altrui alla ricerca di un legame impossibile da tessere. Chi è Marta?  Chi e' l’autore?

Si attende la neve. Il manto bianco che nasconde le tracce ma che così bene le accoglie se impresse sulla sua coltre.

Una promessa muta, un ricordo senza lacci.

Una solitudine che si colma in un luogo senza mura.

 

Chiara

lunedì 14 dicembre 2015

LA CARTA DA PARATI POTREBBE DISTURBARE

Mariella ha un figlio che va alle elementari. Un bravo bimbo si direbbe e lo dice anche lei. Ma non ad alta voce, non se ne vanta.
Anzi, quando all’uscita della scuola si formano i crocchi di mamme in trepida attesa (e in evidente difficoltà di’impegnare il tempo) , lei saluta, ascolta i discorsi sui figli altrui, prende per mano Marco, risaluta e se ne va.
- La mia Rebecca ha fatto il saggio di danza, ero in prima fila: che emozione!
- Il mio Giorgio, è stato selezionato per la scuola di calcio, una vera soddisfazione per il papà. Noi siamo abbonati a tutti i canali di calcio e non perde una partita. Fino a tarda notte.
- La mia piccola Jessica ha ammutolito tutti: ha fatto delle frittelle con la panna senza lievito e con il grano biologico. Fritte con l’olio senza olio. Ottime!
- Mirko, ha sei anni ed il papà gli ha fatto già provare una moto per nani, è arrivato secondo ma solo perché il primo era raccomandato. Lo zio è un idraulico ed il motore glielo ha preparato lui. Ha unito alla benzina uno speciale additivo di sua invenzione. La formula la conosce solo lui perché è stato un mese a Modena ad aggiustare la lavatrice al dott. Filippo Zarri, dell’omonima farmacia.
- Mia figlia Marzia studia canto
-inglese-jazz in modalità offline, ha un insegnante svedese che è stata per tanto tempo in India. La svedese ha una voce bellissima perche mangia riso del Tibet. Credo che sia la milionesima reincarnazione della dea della pesca a strascico nel fiume Gange.  Marzia ha deciso di non nutrirsi più di foglie di sambuco ad uso veterinario, le provocano i brufoli.
- Mio marito, un bell’uomo che me lo invidiano tutte, è appena tornato da una cena aziendale. Ha detto che un suo amico - ché lui sì che sa le cose -  non usa più la cintura dei pantaloni perché è favorevole alle bretelle.
Che questo ultimo discorso non c’entri niente, è evidente. E’ solo uno sfogo da parte della mamma di Rachele. La bimba è campionessa italiana di salto coi pattini uniti. Rachele va ogni sera a letto alle otto e sedici minuti e si sveglia ogni mattina alle sette e trentuno.  La mamma le prepara una fetta biscottata più un quarto di fetta di pane di segale con il lievito madre. Ricopre entrambi le fette con marmellata vegana di fiori di zucca: glielo ha prescritto l’allenatore di pattini uniti, che è un croato naturalizzato cinese.
Quest’anno, a scuola di Marco, hanno organizzato la recita di Natale. Marco deve andarci perché gli piace stare un pomeriggio in libertà con i suoi amici.
Mariella sa cosa l’aspetta.
Le maestre hanno deciso che la divisa per la recita di quest’anno sarà scarpe rosse, maglione verde acqua, pantaloni alla zuava color caco e cappello viola con righine rosse e amaranto.
- E che i colori siano quelli! Ha precisato la maestra.
Mariella ha riflettuto a lungo se dipendesse da lei il fatto che nessuno di quei capi e nessuno di quei colori fosse nel guardaroba di Marco. Ma, siccome gli altri genitori hanno detto che glieli avrebbero fatti su misura le nonne (con le proprie sante mani) o glieli avrebbero regalati le zie ( odiose cognate alle quali rivolgono la parola con compiacente falsità) si è decisa a comprare tutto, ben sapendo che le userà una sola volta e che Marco si rifiuterà di utilizzarli in altre occasioni.
Marco è in quarta elementare, i personaggi a lui affidati in occasione delle recite, nel corso degli anni,  sono stati quello di un ramo di albero, di una sedia, di un quadro e, dulcis in fundo, di carta da parati sulla quale sono disegnati grossi fiori gialli.
Marzia farà la principessa e Mirco il principe, perché dice la maestra che sono spigliati  ed hanno  buona memoria. La loro voce è cristallina e fanno anche le mossette col viso e con gli occhi.
- Che bravi! Che belli ! Dicono sempre tutti alla fine.
Il giorno fatidico è arrivato. Genitori emozionati e nervosi. Bimbi nervosi e stanchi.
Marco sta lì fermo perché la carta da parati non si può muovere. Così gli hanno detto.
Rischierebbe di rovinare tutto. Marzia non gli rivolgerebbe più la parola.

© 2015 – Gianfranco Brevetto

giovedì 3 dicembre 2015

TRE AVVOCATI, DUE BANCARI E LE LORO CINQUE MOGLI


Ho un mio amico avvocato, Vladimiro. Lui è entusiasta di aver fatto i suoi studi ed essersi abilitato alla professione. In alcuni periodi mangia molto, in altri poco, lui dice che alla fidanzata piace a volte atletico a volte con le maniglie dell’amore.
La fidanzata, Ambrosia Adelma detta Ciccicicci, ha fatto gli studi classici ed ama molto dipingere barche a vela. Anche lei mangia molto in alcuni periodi, mentre in altri fa la dieta. I due però ingrassano e dimagriscono con un andamento opposto. Cosicché, quando Ciccicicci è ingrassata, Vladimiro appare in piena forma e viceversa.
Il risultato è che, nelle foto, non appaiono mai tutt’e due magri o tutt’e due snelli. Tranne in un quel particolare momento in cui lui è a metà del dimagrimento e lei a metà della fase di ingrassamento. Ma di foto ne fanno poche perché lei dice che viene male e a lui non piace essere taggato su facebook.
Devo aggiungere che, l’avvocato Vladimiro, non ha un nomignolo come Ambrosia Adelma, perché lui è avvocato e teme che, Ambrosia Adelma, possa importunarlo e ridicolizzarlo quando lui è nel suo studio con i clienti.
A Vladimiro piace giocare a calcetto con gli altri colleghi, ma lo fa solo nel periodo dell’anno in cui è magro. Ad Ambrosia Adelma piace molto comprare scarpe e vestiti, e li compra sia quando e magra che quando è grassa, conservando tutto in due armadi distinti.
Non escono mai insieme perché lui è avvocato, ma se avesse lavorato in banca sarebbe stato uguale, e lei approfitta per uscire con le sue quattro amiche, sempre le stesse: Maria Filippa, Ambra Sole, Teresa Angelica, Mirabile Amabile Luce Aurora.
Il marito di Maria Filippa è avvocato collega di studio di Valdimiro. E’ taciturno, guarda in tv le partite di calcio del campionato dello Zaire, ha vomitato una sola volta nella vita e se ne vanta.
Quello di Teresa Angelica lavora in banca, ha molto da fare ed è meglio non disturbarlo. Ha lo sguardo fisso, arriva a casa e non saluta, si siede per cenare e rimane lì fino alle undici e trenta di sera, quando la cena è terminata da un pezzo. Ha due figli e confonde i loro nomi, i pargoli ormai non ci fanno più caso.
Ambra Sole ha sposato anche lei un avvocato di venticinque anni più vecchio. Lui va solo alle udienze più importanti, trascorre notti e giorni nel suo studio a preparare memorie e ricorsi. Ha un’unghia incarnita e beve solo acqua piovana dopo averla bollita.
Mirabile Amabile Luce Aurora, ha quattro nomi e, di conseguenza, ha avuto diritto a due mariti. Il primo era un avvocato scomparso in circostanze misteriose durante una battuta di caccia. Non si è mai saputo che fine avesse fatto, alcuni dicono che sia fuggito altri lo danno per morto, caduto in chissà quale burrone. Dichiarato morto dopo un decennio di vane ricerche, ha lasciato la sede matrimoniale ufficialmente vacante. Per questo motivo, Mirabile Amabile Luce Aurora ha potuto sposare l’attuale marito col quale già conviveva da circa nove anni e mezzo.
Si tratta di un bancario della Cassa di Risparmio dell’Alta, Media, Bassa Valle e del Bosco Vicino. Stressato per il troppo lavoro, beve una bottiglia di amaro fatto in casa ogni due giorni. Sostiene che, l’amaro fatto dalla nonna, abbia proprietà miracolose: gli alleggerisce un peso che da anni ha sullo stomaco. Ha fatto tutte le analisi, comprese quelle che costano di più, ma sembra sano come un pesce. E’ andato da un psichiatra che gli ha prescritto un elettroencefalogramma durante le ore d’ ufficio. Ma lui la rifiutato per paura di essere licenziato. Si guarda spesso alla specchio perché ha paura di restare calvo.
Mirabile Amabile Luce Aurora non ha rapporti sessuali con nessuno dalla scomparsa del primo marito e tantomeno con i bancario. Ma anche con il primo marito  non aveva avuto rapporti intimi sin dal giorno del loro matrimonio.
Per completezza di cronaca le altre coppie hanno un solo rapporto sessuale al mese. Lo fanno perché hanno letto sul giornale che è la media dei rapporti nelle coppie felici. E loro ci tengono ad essere considerati normali e felici.
Le mogli, di comune accordo, indossano biancheria intima leopardata per ricordare ai mariti l’appuntamento mensile. Fingono orgasmi mentre i mariti fingono l’unica ed ultima defaillance della loro vita.
Tutti sembrano impegnati seriamente nella loro esistenza. Infatti, i cinque quinti pagano le utenze domestiche, i tre quinti hanno estinto il mutuo dell’acquisto della casa. I due quinti pensano di comprare una seconda casa al mare, un quinto ha la barca, i quattro quinti visitano i ristoranti alla moda.
Nessuno ha domande da porre e credo che mai le porrà.

© 2015 Gianfranco Brevetto


martedì 28 luglio 2015

Divieto di sosta ai non credenti

  Nel grande e ricchissimo tempio delle divinità, dove la luce colpisce, con infinite sfumature (..e vorrei anche vedere che non fosse così) le statue delle dèe e degli dèi, c’è posto per tutte le esigenze e  - a patto di formulare espressa richiesta con tanto di riverenza e lauta offerta - ogni desiderio viene esaudito.
 Chi ci è stato assicura che la cosa viene fatta in poco – o pochissimo - tempo. Ore, o addirittura minuti. Basta recitare qualche frase a scelta - o anche presa a caso come si fa con i numeri da giocare al lotto - è tutto, più o meno miracolosamente, si compie. Ho sempre avuto grande simpatia per questo tipo di divinità, alle quali si riserva la stessa ipocrita devozione dovuta ai mestieranti della politica (… meglio tenerseli buoni quelli… possono sempre tornare utili…). Una delle caratteristiche di una dea o di un dio è infatti quella di essere utile.
Una dea o un dio inutile appare una contraddizione del sacro, una beffa, uno scherzo di carnevale, una presa per i fondelli (rigorosamente al plurale). Comunque sia, la cera ed i buoni propositi  costano poco (anche se  la questione dell’obbligo di offrire un sacrificio in cambio mi porterebbe a pensare ad un’utilità reciproca). Grande simpatia, ma anche timore rispetto, dicevo. Perché di vendette divine ne è piena la storia degli umani: l’ira anche di un solo dio può costare molto caro. A parte questo, nel grande tempio ci si sente al sicuro. Le dèe e gli dèi sono suddivisi per competenza. Ognuno si occupa di un pezzetto della natura, dei sentimenti, delle beghe umane. Basta cercare e si trova il dio giusto. Il mio amico Pancrazio ha anche lui visitato il tempio, aveva problemi di parcheggio. Abita, infatti, in una grande ed affollata città. Ha trovato il dio del traffico e gli ha offerto un modellino della sua auto in plastica. Quando è tornato a casa ha trovato delle strisce bianche disegnate sull’asfalto. Dentro c’era scritto in caratteri cubitali: “riservato a Pancrazio – divieto di sosta ai non credenti”. Pancrazio era molto soddisfatto di questa concessione divina. La sera, la moglie gli ha dato anche un bacetto sulla guancia, sintomo di un amore che non tramonta mai. Pancrazio era contentissimo della sua avventura e non smetteva più di raccontare tutto quello che aveva fatto e visto nel tempio. Addirittura c’era anche la statua del dio dei piccoli amori. Rappresentava un bellimbusto calvo con i calzini  che gli arrivavano alla caviglia. Aveva anche un tatuaggio tribale sulla natica destra (difficilissimo da riprodurre in marmo..). Era un dio frequentatissimo, folle di donne e uomini, ragazza e ragazzi, venivano a deporre sull’altare, proprio davanti a lui, piccoli ricordi degli amori di qualche giorno o di una settimana, baci rubati, amplessi scomodi e precari, numeri di telefono scritti e cancellati velocemente, abiti risistemati all’istante, dignità miracolosamente riacquistate nel giro di qualche ora. Pancrazio si divertiva molto nel raccontare queste cose. Però divenne, ad un tratto, serio. Gli era venuta in mente l’immagine di una donna che aveva visto avvicinarsi in lacrime a quel dio. Piangeva e si disperava perché si vedeva costretta a sacrificare il suo piccolo amore: non aveva saputo resistere alla critiche delle vicine pettegole, delle amiche benpensanti. Affranta, disgustata, alla fine aveva ceduto. La donna uscendo aveva giurato a se stessa di non rimette più piede in quel luogo. - Ma se l’amava tanto – chiesi io – perché non ha offerto il suo sacrificio al dio dei grandi amori? - Dio dei grandi amori?  Non mi risulta che esista! – sentenziò Pancrazio sospirando.
 © 2015 Gianfranco Brevetto  

domenica 15 marzo 2015

NOMINA SUNT OMINA

















Mi sono sempre chiamato col mio nome. E questo è successo, più o meno, dal giorno in cui sono nato. Qualcuno, ma molto probabilmente è stato mio padre, sarà andato a declinarlo in qualche cartaceo e sonnolento ufficio d’anagrafe.
Da quel giorno il mio nome è stato quello. Punto.
Tengo a precisare, da subito, che non rivelerò nelle prossime righe né il mio nome, né la data e tantomeno il luogo di nascita. In verità, sono una persona molto riservata e gelosa di tutto ciò che mi appartiene. Per questo, tutti quelli che fossero interessati a questi dati possono interrompere qui la lettura. Non mi offendo.
Sono altre, e ben più importanti, le cose che dovete sapere.
Oggi ero al mercato. Di solito non ci vado mai, soprattutto al mattino. Una signora che conoscevo da molti anni si è avvicinata a me con un gran sorriso e mi ha detto:
-         Buongiorno Mario! come te la passi?

-         Buongiorno! Ho risposto senza pensarci su.

Subito dopo ho realizzato che, però, quello non era il mio nome e che la signora si era confusa. Forse l’età. Abbiamo comunque chiacchierato per qualche minuto e sono andato via fingendo di non aver fatto caso al lapsus.
Nel pomeriggio sono passato in ufficio, cosa che faccio sempre più svogliatamene e la mia segretaria (che era tutta presa dal rispondere ad alcuni messaggi sul suo smartphone) mi ha accolto distrattamente recitando:
-         Buonasera dottor Luigi!
-         Buonasera signorina!
Sono passato oltre e mi sono rinchiuso nella mia stanzetta, annunziando la mia assenza per chiunque avesse chiesto di me.
Luigi non è il mio nome e nemmeno quello degli altri impiegati dell’ufficio.
Quella clausura è durata circa un’ora, poi sono uscito. Nonostante fossero già le quattro del pomeriggio ho deciso di prendere un caffè. Inutile dire che il barista, che mi conosce da dieci anni, mi ha chiamato Michele. Ho dato la colpa al momentaneo affollamento del locale.
Successivamente sono passato in libreria, dal barbiere, al supermercato, da un apicultore, una negromante, un collezionista di bulloni per auto, un agrimensore, un dattilografo in cassa integrazione, un elettricista-idraulico, un motorista in pensione, una casalinga che mi abbraccia ogni volta che mi vede, un insegnante di latino che ha tentato tre volte il suicidio senza mai riuscirci, un ex pilota depresso che invece  ci stava riuscendo ma lo hanno salvato in extremis, un glottologo col quale ho un rapporto di fiducia, un autoferrotranviere.
Tutte persone che conosco, e mi conoscono, alla perfezione.
Ebbene, ho le lacrime agli occhi. Vi riporto solo i nomi con i quali mi sono sentito chiamare e lascio a voi ogni commento: Giorgio, Vincenzo, Marco, Mirko, Antonio, Alfio, Wilfredo, Ambrogio, Temiko (mai sentito e non credo che esista), Archelao, Tino, Silverio, Silvestro, Saverio, Ubaldo.
Per tutti ho avuto la stessa identica reazione, cioè nessuna.
Rientrando a casa, stasera, i miei figli hanno deciso di chiamarmi zio. Il fatto, che dall’inizio mi sembrava uno scherzo, adesso che sono disteso nel mio letto inizia a preoccuparmi. Insospettirmi. Ma oggi è stata una giornata pesante. Indagherò domani.


© 2015 Gianfranco Brevetto







sabato 29 novembre 2014

All'inizio non fu il tango

 
 
All’inizio non fu il tango.
Forse apparve un movimento senza musica, un brusco movimento involontario, un singhiozzo sfuggito ad un bambino.
Ma all’inizio non fu il tango.
Non ci furono parole, fiori, passi, scarpe, compromessi. Tantomeno case, strade, panchine e orari dei treni. Però da lontano, e solo da lontano, si poteva intravedere una sedia vuota, una finestra socchiusa. Una scatola di caramelle variopinte, un secchio pieno a metà.
 
Ma all’inizio non fu il tango.
 
Potrei tranquillamente dire che, all’inizio, non arrivavano autobus affollati, non c’erano cappelli da uomo o da donna, nessuno portava bracciali e unghie finte. C’era qualche sporadica nuvola, un uccello variopinto, una pentola malriposta.
Ma nessun tango.
All’inizio, si sa, nessuno avrebbe mai pensato ad auto di lusso, a borse della spesa, a spese folli, a denaro, assegni, ai pieni di benzina. Sì, c’era qualcuno che mangiava mele (seppur di nascosto, si capisce), c’era chi l’avrebbe scoperto, chi continuava a guardare l’ora, a fumare senza filtro, a specchiarsi nelle vetrine.
Ma all’inizio non fu il tango. Nessun tango c’era in quel momento.
Non ci sarebbe mai potuto essere. Lì, in quel momento, quello dell’inizio. Quello in cui qualcuno, per primo, ballò, fece quel passo. Quel qualcuno che, per primo e con voce sorpresa, disse: questo è il tango! Quel primo passo dal quale tutto iniziò.
No, non ci fu il tango all’inizio.
Nessuna orchestra ne conosceva il ritmo, la chiave, le note, il concatenarsi delle battute. Nessuna atmosfera, nessuna lingua, nessun lunfardo, nessuna sigaretta da fumare o bicchiere da riempire. Segni scontati e ripetitivi di qualcosa che sarà dopo.
Nulla di tutto questo, quindi.
Di certo, e ne sono convinto, ci fu un profumo, una donna e l’ombra di un uomo. Ci fu un’attesa, un tempo fermo che pareva durasse da millenni. Un’aria immobile, una luce accennata.
Infine, ripeto, all’inizio non fu il tango. Non lo cercate più là.
Ci furono, si dice, solo due corpi.
Due mani sottili, in penombra.
Forse uno sguardo, non voluto, inatteso.
 
 
 
© 2014 G. Brevetto, Op. Cit.
 


lunedì 17 novembre 2014

PSICOFTALMOLOGIA FAMIGLIARE





Sono un giovane oculista. In verità mi sono laureato già da qualche anno, ma è da poco che esercito realmente la professione. Ho dovuto attendere che morisse zio Peppino, anche lui oculista, per poterne ereditare studio e clienti.

Diciamo che di clienti, in questo passaggio, ne ho perso qualcheduno. Non si fidano molto di me e poi dicono che mio zio aveva esperienza. Insomma, era tutta un’altra cosa. Però alcuni mi sono rimasti, i pazienti sono abitudinari, non hanno voglia di cambiare. Poco importa se al posto di Peppino ci sia io. L’importante è che li visiti e che non dica cose molto esagerate. I pazienti vogliono sentirsi ammalati quel poco che basta. Personalmente credo che molti siano interessati a cronicizzare i malanni, convivere con loro, farseli amici. Non conviene né peggiorare né guarire. Meglio lamentarsi poco e spesso.

Tra i clienti che non hanno abbandonato lo studio vi è una coppia di sposi. Mi hanno detto che sono sposati da tre anni. Hanno un figlio, suoceri e suocere, cognati e cognate, madri e padri e parenti fino all’ennesimo grado. Litigano per i motivi più stupidi e, man mano, si stanno facendo sommergere dalla routine e dalla noia. Riempiono la loro vita di cose inutili, fanno esattamente ciò che pensano si debba fare in un matrimonio. Sono certi che sommando mediocrità si ottengano cose eccezionali. Rispettano le regole e sono benpensanti. Fin qui tutto normale.

Il fatto è che sono affetti entrambi da una patologia dai contorni abbastanza oscuri. Si tratta di un problematica certamente di ambito oculistico ma che, nel loro caso, ha risvolti psicologici e famigliari.

Pur comunicando normalmente tra di loro (e posso attestare che tutti e due sono in possesso di ottime qualità psicofisiche) e' come se non si dicessero nulla. Infatti ognuno appare come immerso nei suoi pensieri e, pur reagendo agli stimoli dell’altro, lo fa in modo non pertinente. Come se ognuno guardasse in direzioni diverse.

Sono brave persone, certamente sono in buona fede e mi sembrano in difficoltà. Me la sono presa a cuore  e ho fatto lunghe ricerche tra i libri che mi ha lasciato in eredità zio Peppino. A pagina trecentottantanove del manuale di psicoftamologia credo di aver trovato la risposta. Non ho il coraggio di dirlo loro e per questo mi affido a questo breve scritto.
La patologia in questione è un comune strabismo di coppia.


© 2014 Gianfranco Brevetto



sabato 8 novembre 2014

L'AutoAmabile

 
 
Non voglio pronunciare la parola strano. Eppure, ci starebbe proprio bene. Ma non la dirò! Dirò invece….mmmm…vediamo un po’…ecco!  Dirò: Incredibile! Infatti così è. Eppure…
Eppure stamattina sono uscito. Come al solito, del resto. La mia automobile è sempre quella. La riconosco a prima vista. Sono anni che mi aspetta, più o meno al solito posto. Ha sempre fatto il suo dovere e non mi azzardo a dire il contrario perché potrebbe offendersi. Eppure..
Eppure stamattina c’era qualcosa di diverso. Forse la luce, la prima umidità, l’orario invernale. Boh! Non riuscivo a capire. Lei, appariva più luminosa, come se l’avessi lavata la sera prima. Eppure…
Ho aperto lo sportello, sono entrato ed ho avuto la sensazione che anche dentro fosse pulita e profumata di fresco. La primavera è passata da un pezzo… eppure… eppure… eppure non so cosa! Insomma era tutto più bello. Ma bello bello!
Infilato le chiavi, le ho girate per mettere in moto. Ma, quando il quadro si è acceso, è apparsa una spia che non avevo mai visto prima. Piccola. Al centro del cruscotto. Di un colore acceso. Forse rosso.
Ho spento e riacceso, nel caso mi fossi sbagliato. La lucina era ancora li. Fissa.
Eppure.. eppure….eppure non l’avevo mai vista. Il libretto delle istruzioni non è il mio forte. Trecentocinquanta pagine di cose incomprensibili. Dunque… pagina duecentocinquantasei… schema del quadro delle luci….luce rossa piccola….vedi pagina trecentoquarantuno…lo sapevo! Chiamare il numero verde dell’assistenza…
 
- Si prega di non riagganciare… l’operatore sarà disponibile…. Buongiorno, sono Marta, in che cosa posso esserle utile?
- Ecco una luce rossa piccola..questa mattina…
- Attenda in linea… luce rossa… piccola…sì… vediamo….attenda ancora…ecco! Lei è un uomo fortunato!
- Cosa? Scherza?
- Si è fortunato!
- Perché?
- La sua automobile è innamorata!
- Innamorata?
- Sì, innamorata!
- E allora?
- E allora se ne faccia una ragione! Buona giornata!
Eppure… eppure….
 
© G. Brevetto, L’AutoAmabile, 2014
 
 

 

 



venerdì 12 settembre 2014

Pierina Porfirina

 (disegno di Greta)
 
 
PIERINA PORFIRINA
DIPLOMATA BALLERINA
SALTELLANDO SENZA SOSTA
PIEGA GAMBE POI LE ACCOSTA
BRACCIA TONDE SULLA TESTA
SCHIENA DRITTA GIRA LESTA
LE CAVIGLIE HA BEN RIZZATO
CON UN GESTO RAFFINATO
DI DANZARE MAI SI SAZIA
SE NON FOSSE CHE LA SORTE
A VEDERE QUELLA GRAZIA
SI DISTRAE SOLO UN MOMENTO
E LE SUE MOVENZE TORTE
FA FINIR SUL PAVIMENTO
QUI LAPPLAUSO COGLIE FESTANTE
QUELLINCHINO DOLORANTE.


G. Brevetto, Ametàstrada

sabato 23 agosto 2014

Meursault e il suo doppio: un'inchiesta mai chiusa


 
 
 
Meursault è il protagonista de Lo straniero di Albert Camus. La trama di questo racconto è nota ed è patrimonio consolidato della letteratura del secolo scorso. Meursault, uomo apparentemente insensibile e distaccato, si rende colpevole di un omicidio. In un anfratto di una spaiggia assolata, uccide, per futili motivi, un arabo. Sappiamo solo che la sorella della vittima è stata schiaffeggiata da un suo conoscente e Meursault teme che il fratello voglia vendicarsi . La trama Lo Straniero prosegue, poi, conl le vicende del processo a seguito di questo delitto, ma dell’arabo, della vittima, che appare solo marginalmente nella prima parte del racconto, nulla ci viene più riferito.
Haroun, è invece il protagonista del recentissimo romanzo di Kamel Daoud, dal titolo Meursault, contre-enquête (Acte Sud, 2014). Lo scenario, stavolta, è quello dell’Algeria che ha visto da poco completarsi il lungo e doloroso processo d’indipendenza, una vivenda che ha profondamente lacerato occupati e occupanti. Siamo infatti agli inizi degli anni ’60.

Haroun, che nel racconto Daoud è il fratello dell’arabo ucciso da Meursault, vive la sua esistenza all’ombra di una madre, M’ma, despota e possesiva il cui unico scopo è vendicare il figlio ucciso da un roumi, un non arabo, come tanti coloni e figli di coloni.

Il racconto è un lungo feedback. Haroun narra la storia della sua famiglia ad un non precisato interlocutore nel corso di una serie d’incontri in un bar. Haroun ora è anziano, ma la vicenda è ambientata nei concitati giorni che seguirono la partenza frettolosa dei francesi, dopo la proclamazione dell’Indipendenza del 1962.

Sono passati venti anni dall’omicidio (la pubblicazione de Lo Straniero è infatti del 1942) l’Algeria è profondamente cambiata, nessuno ricorda più quell’episodio, se non due piccole brevi di cronaca contenute in alcuni ritagli di giornali custoditi gelosamente da M’ma.

Ricostruire quanto accaduto sembra l’unica missione di Haroun, che deve sottostare all’onnipresenza e onnipotenza materna. Haroun è costantemente alla ricerca di particolari che appaiono sempre più in dissolvenza, privi di riscontri tangibili. In primis dare un nome alla vittima, all’arabo del racconto di Camus. Si viene così scoprire che il fratello di Haroun si chiama Moussa. Una vittima innocente di cui si conserva la memoria in una tomba vuota, il corpo non è stato mai ritrovato.

L’autore di Meursault, contre-enquête, Kamel Daoud, è un affermato giornalista algerino del Quotidien d’Oran dove cura una delle rubriche più seguite. È autore anche di altri racconti brevi ma, nel suo primo romanzo, ha deciso coraggiosamente di misurarsi con uno dei libri più conosciuti a tradotti al mondo come Lo Straniero.

La sfida lanciata da Daoud non appare solo letteraria, il periodo scelto a riferimento lo portano dritto al cuore delle problematiche dell’Algeria di oggi. La mai risolta questione coloniale, la lingua degli occupanti, i distinguo religiosi, il destino di un popolo segnato da una storia che sembra da sempre sfuggirgli.

La controinchiesta di Daoud, si muove in questa complessità, in questa realtà fatta di opposizioni, di doppi, di omicidi e vendette segnati dal tema di fondo della gratuità del male.

Haroun vive una realtà speculare a quella di Meursault, lo straniero diventa l’altro da sé, l’omicidio, come il suicidio ne il Mito di Sisifo di Camus, incarna la perdita di senso, l’abbandono di qualsiasi opzione filosofica, la barriera da infrangere, l’ultima, come i proiettili che diventano colpi bussati alle porte della sventura o dell’apparente liberazione. La morte dell’altro è qui il simbolo della rottura di equilibri, dell’irruzione dell’assurdo nella quotidianità.

In quanto controinchiesta, la narrazione di Daoud si sviluppa su di un binario parallelo e speculare a quello di Camus. Maria è ora Meriem, il nome Meursault si rivela il calco dell’arabo El-Merssoul, l’inviato, il messaggero.

Daoud dimostra di essere un profondo conoscitore dell’opera camusiana. Frequenti appaiono i riferimenti anche ad altre opere del premio Nobel, non ultima l’ambientazione della lunga narrazione di Haroun in un bar, che ripropone, senza stonature stilistiche, la lunga confessione del giudice–penitente de La Caduta di Camus.
Daoud però non casca nella trappola del sequel o del cavalcare la fama di altri . Sa dosare i riferimenti a Lo Straniero ed ai suoi personaggi fino a fare del suo, un racconto autonomo, lontano da ogni riferimento superfluo, dai fuori luogo, dalla ridondanza.
È veramente singolare come anche nel racconto di Daoud, pur nella continua ricerca della realtà dei fatti, la vicenda di questo omicidio perda ogni connotato localistico e cronachistico per toccare, ancora una volta, i registri sensibili dell’esistenza umana.

© 2014 Gianfranco Brevetto