C'est en écrivant qu'on devient écriveron (Raymond Queneau)

C'est en écrivant qu'on devient écriveron (Raymond Queneau)
"C'est en écrivant qu'on devient écriveron" (Raymond Queneau)

lunedì 3 febbraio 2014

Come se nulla fosse

 

Come se
nulla
fosse,
abbiamo
concordato
giorni
ed ore
insoliti,
come se
nulla
fosse
abbiamo
seminato
fiori
inaspettati,
come se
nulla
fosse
abbiamo
giurato
ancor
prima di
promettere,
sempre
come se
nulla fosse
abbiamo
discusso
senza
aver ragione
e
senza
aver torto,
per nulla
siamo
partiti
e tornati,
vestiti e
rivestiti
seduti
alzati
stretto
abbracci
scambiato
baci
più volte
provati
o
inattesi,
sempre e
comunque
come se
nulla
fosse
ci siamo
pensati
e ripensati,
dimenticati
con la
paura di
dimenticarci,
dispersi
e
ritrovati
per caso,
come se
nulla fosse.
Noi,
come se
nulla
fosse,
come se
fossimo
nulla,
senza
annullarci
per
sopravvivere
anche
a questo,
come ad
altro
ormai
passato.
Tutto
accade
come
se nulla
fosse
senza poter
mai
dire:
non è
successo
nulla.

© 2014 Gianfranco Brevetto, Op. Cit.





domenica 2 febbraio 2014

Je me refuse

 
 

Je me refuse

De te rencontrer,

De rencontrer

Ton corps

Parmi les objets:

Moi, je t’aime.

Le même corps

Que j’aime

Et qui t’appartient

Il appartient

Au sens

Que, jusqu’à présent,

Tu m’as caché.

Ne bouge pas,

Prends un temps,

Regarde-moi.

Je me refuse

De t’écrire,

Mots

Parmi les Pages:

Moi, je t’aime.

 

©  2014 Gianfranco Brevetto, Op. Cit.

 

giovedì 30 gennaio 2014

due per uno


Mi accadde un giorno che ero distratto
la tabelline comprender d'un tratto
Se uno per uno fa sempre uno
è quindi vero che resta qualcuno
Ma quando al due son dopo arrivato
sempre quell'uno per me il risultato
A quel momento un tale mi chiese
se chiese due pesci quanti ne prese?
Così nell'ansia mia mai soddisfatta
corsi al mercato e prova è fatta:
Chiesi due pesci a cotal venditore
che prontamente colpito da errore
invece di porgermi un paio triglie
e consegnarmi poi lo scontrino
scrisse su un foglio il numero uno
e lo incartò con un nastro giallino
e mentre al colore io stavo a pensare
mi accorsi di botto in modo opportuno
che sopra era scritto: impara a contare!

© 2014 Gianfranco Brevetto Op. Cit.

mercoledì 29 gennaio 2014

Fila fila strocca strocca


Fila fila
non si tira
strocca strocca
acqua in bocca
non si prende
e non si tocca
c'è dell'acqua
nella brocca
e del vino
c'è nel tino

Fila fila
non si tira
strocca strocca
acqua in bocca
ma non dorme
il mio bambino
non riposa
o si dà pace
perché il sonno
non gli piace
forse pensa
al suo gattino
alla palla
o al trenino

Fila fila
non si tira
strocca strocca
acqua in bocca
sbadigliando
guarda intorno
par si chieda
è notte o giorno?
Non c'è verso
non c'è rima
Forse c'è
ma è capovolta:
strocca fila
o
fila strocca?

Fila fila
non si tira
strocca strocca
acqua in bocca
non si prende
e non si tocca
c'è dell'acqua
nella brocca
e del vino
c'è nel tino:
ora dorme
il mio piccino.

© 2014 Gianfranco Brevetto, Op. Cit.

martedì 28 gennaio 2014

Limerick infedele



Nell'armadio ben nascosto dietro l'ante
Un tale mi scoprì ed ero l'amante
Tanto che se potessi dir la mia
quel mobile abolirei e per magia
sparir vorrei con lei molto distante

© 2014 Gianfranco Brevetto


lunedì 27 gennaio 2014

Limerick in A




Un'amica il cui nome finisce per a
oggi del limerick la tecnica chiesto mi ha
subito detto le ho come va fatto
però dagli occhi  ero un po' distratto
della mia bella amica che finisce per a


© 2014 Gianfranco Brevetto

venerdì 24 gennaio 2014

...non aggiungere parole

 
Non
aggiungere
parole.
Seguiamo
la via del ricordo.
Quello che
ci ha preceduti,
presente e passato
che si
consumano insieme.
Non attendermi,
ti sono già
accanto.
Senza
che te ne accorgessi
ti ho sfiorato
due volte
le labbra.
Prima che il treno
si fermasse
eravamo già
scesi,
avevamo abbandonato
itinerari
differenti
prefissati
da tempo,
dimenticato per
sempre,
e per un solo attimo,
il dolore.

© Gianfranco Brevetto, Op. Cit.

 

giovedì 16 gennaio 2014

L' Am' ore

 
 

L'ho sempre detto: non sopporto le agende. Ma non solo quelle. Odio tutto ciò che misura, ripartisce, organizza e suddivide il tempo. Tollero appena l'orologio, diffido dei calendari. Non riesco a leggere la parola cronometro.

La mia avversione non è però legata a pigrizia, insolenza o captatio benevolentiae nei confronti di quelle persone che fanno tardi agli appuntamenti.

Io, agli appuntamenti, sono molto puntuale e, se posso, ci arrivo anche dieci minuti prima.

Il dominio del titano Crono nasce da una brutta faccenda di incesti e di evirazioni ed io, prudentemente, me ne sto lontano. Ciò che più mi spaventa, di questo mito, è che lo stesso signor Crono, di professione  titano mitologico, si è successivamente cibato di alcuni dei propri figli per non cedere il potere. Poi, siccome proprio intelligente non poteva essere, viene sconfitto da uno di questi, Zeus.

Insomma, a leggere tutta la storiella, non c'è da dormire tranquilli.

Un mio amico, Umberto (di professione artigiano, anni 36, legalmente separato, incensurato, ibi residente) ieri si è fidanzato. Sia lui che lei, sono molto indaffarati ed ognuno di loro ha una propria agenda. Vi segnano tutto, proprio tutto, per paura di dimenticare. Così, Umberto registra quando e a che ora deve vedere Antonia, questo il nome della fortunata. Antonia (professione cassiera, anni 32, libera, rinviata a giudizio per furto di un parcometro, ubi residente) nella sua agenda, specularmente, registra giorno e ora del prossimo incontro con Umberto.

Amano programmare, in estate già conoscono il momento preciso in cui si incontreranno per farsi gli auguri di Natale.

Sono contenti del loro am'ore.Vivono senza ansia apparente. Ogni tanto fissano il vuoto.



© 2014 Gianfranco Brevetto


giovedì 9 gennaio 2014

L'eternità pro tempore degli amanti

 
 
Questa volta l’ho fatta grossa. Ho confessato ad un donna di amarla eternamente. Credevo di averle dato la massima prova, almeno verbale, della consistenza del mio sentimento. Ma non è stato così. Lei si è arrabbiata. Anche tanto. Mi ha accusato di prenderla in giro. Mi ha fatto una scenata. E come tutte le scenate, mi ha piantato in asso ed è andata via. Ho cercato di telefonarle più volte. Dapprima non mi ha risposto, poi mi ha mandato un messaggio col quale mi ha formalmente invitato ad andare a quel paese.
Inutile dire che ci sono rimasto male, anche tanto. Dopo qualche giorno ho cercato di riprendere la mia vita normale. Di distrarmi. Ma non ci sono riuscito. Ho ripensato più volte alle mie parole, sì, insomma, al fatto che le avevo detto di amarla e che questo sentimento sarebbe durato in eterno. Comunque la mettessi o la girassi non sono riuscito a comprendere la sua reazione. Eppure mi sembrava una donna tollerante, sensibile, intelligente.
Così mi sono imposto, per qualche tempo, di non pensare più a lei ed a quella sua reazione. Ho conosciuto altre donne, le ho frequentate poi, come spesso capita, ho smesso di farlo. Ma di lei, mi è sempre rimasto il dubbio sulle reali cause della sua reazione.
Giacomo è un mio carissimo amico. Ci conosciamo dall’infanzia, anche se non ci frequentiamo spesso. Lui, a differenza di me, ha studiato molto, veste con gusto e conosce le donne molto bene. Io gli ho raccontato tutto, per filo e per segno. Lu mi ha detto che gli sembrava una storia molto interessante. Ci ha pensato su un attimo e poi si è messo a ridere.
Subito dopo, Giacomo mi ha dato dell’imbecille e mi ha detto di farmene una ragione. Mi ha detto anche che lei avrebbe avuto una reazione identica se le avessi spergiurato di amarla a tempo determinato, che so ? magari per tre mesi. Poi ha soggiunto:
- In questa vita, caro mio, siamo tutti pro tempore!
Non ho avuto il coraggio di rispondere. Stasera uscirò con una signora che ho conosciuto al supermercato, al reparto ortofrutta. Sono sicuro che sarò un perfetto amante. Domani cambierò supermercato e reparto.

© 2014 Gianfranco Brevetto

mercoledì 25 dicembre 2013

Somniare Somnium

 
 
Chère imagination, ce que j’aime surtout en toi, c’est que tu ne pardonnes pas.
Manifeste du Surréalisme

Dormo poco. Faccio anche fatica a riaddormentarmi se per qualsiasi motivo mi sveglio. Do la colpa ai sogni. Loro, non sanno cosa vuol dire dormire solo qualche ora. Il sogno, non sa cosa vuol dire essere sveglio. E così si diverte. Si gongola nella sua libertà temporale e morale. Infatti, non credo che il sogno si ponga il problema di esser dispettoso. Credo, però, che in fondo i sogni ce l'abbiamo un po' con noi, per non aver dato loro molto spazio. Ma di questo non mi sembra il caso di parlarne qui e ora.
Ieri sera, però, ho voluto cambiare tattica e, dopo aver bevuto la quotidiana quanto inutile tisana alle erbe che promettono miracoli, sono andato a letto ben intenzionato ad addormentarmi il più presto possibile. E così è stato.
Nell'annebbiamento e al rilassamento misto a impotenza, tipico dello stato notturno non cosciente, mi ero messo in attesa. Attendevo di sognare, o meglio, attendevo d'incontrare un sogno.
Quando la mia attività cerebrale, che evidentemente non potevo controllare, me lo ha permesso, il sogno è arrivato. Dico è arrivato perché quando si dorme non si ha l'esatta percezione dove uno sia e dove siano le altre cose. Se di cose si può parlare. Perciò il sogno mi si è presentato all' improvviso, come quando si entra in un banco di nebbia. A questo punto, di solito, si resta intrappolati in una storia che il sogno c'impone e della quale, spesso, si può anche fare a meno. Almeno quando ci si riflette al risveglio.
Ma questa volta, era grande in me la voglia di non farmi coinvolgere. Per farmi coraggio pensai intensamente alla storia di Ulisse con le sirene. All'inizio, il sogno ce la mise tutta e cercò di confondermi con immagini e persone che più o meno somigliavano a quelle della vita reale. Giocò con i sentimenti, con i desideri che non avevo mai voluto confessare. Ma senza riuscirci. Ero determinato a restarne fuori. Tra gli aspetti positivi dell'insonnia c'è anche il poter restare presenti a se stessi quando si dorme.
Per farla breve, una volta entrato in questa sottilissima nebbiolina, il sogno si è subito accorto che qualcosa non andava. Restava in dubbio sul da farsi. Fu in quel momento che misi in pratica il mio piano ed iniziai a parlargli.
Ovviamente il sogno non poteva rispondermi. Cercò di farlo, ma il significato di quello che diceva era talmente ingarbugliato e contorto, che nemmeno un terno secco mi avrebbe permesso di decifrarlo. Mi parve, però, di capire che si trattava di un personaggio molto capriccioso che, abituato a fare un po' come gli pare, non accettava di esser emesso in discussione. Certamente un tipo autoreferenziale. I latini l'avevano capito. Per loro, l'azione di sognare non si distaccava mai dal suo complemento oggetto.
Approfittando di questa incertezza ho così iniziato a raccontare, al sogno, la mia vita. Nulla di particolare, gli ho solo detto della mia giornata, di quello che faccio, le persone che incontro, cosa mangio. Insomma, quello che faccio in sua assenza.
Mi sembrava che lui fosse interessato, per il sogno era come scoprire un mondo nuovo, mai visto. Forse in questo modo, pensavo, avrei potuto creare un contatto con lui, farmelo amico, ed evitare le lunghe ore di veglia notturne.
La nebbia cominciò ad infittirsi, segno che lui si stava rilassando. Continuavo a parlare, descrivevo nei minimi particolari come si lavano i piatti o come funziona il microonde.
All'inizio lui tentò di ribellarsi cercando di confondere i differenti piani e la trama del mio racconto. Poi, poco a poco, tutto divenne bianco intorno a me. In quel mondo confuso si fece silenzio, non c'erano più immagini, desideri, sentimenti o ansie. Tutto era calmo.
Il sogno si era addormentato. Ed io con lui.

© 2013 Gianfranco Brevetto

lunedì 16 dicembre 2013

Rifiutammo di conoscere con l'inganno

 
 
Il senno è di poi. Prima senza ragioni ci amammo, forse inutilmente ci conoscemmo.
Ma ti preferii com'eri.
La ragione poco aggiunse alle nostre vite,
Se non la coscienza che non saremmo sopravvissuti al nostro sentimento,
Alla compulsività dell'esserci, al non abbandonarsi.
Sfidammo la ragione: la permanenza dello stato di veglia. Barriera invalicabile.
Noi ci arrendemmo di fronte alla paura di cedere.
Disillusi. Ci scoprimmo umani. Nudi
Ma non fummo cacciati. Fuggimmo.
Ci esiliammo. Rifiutammo di conoscere con l'inganno.
La serpe non poté nulla. Ci amavamo.
Così fu. Corremmo distante, al di là della fisica.
Esseri pensanti, ci nascondemmo.
É qui il malinteso:
Da allora,
La ragione ci fu preclusa per sempre,
Perché in quel luogo avemmo paura di non amarci. Di perderci.
Per questa colpa non fummo più dèi. Ma amanti.
Nell'esilio,
Nell'attesa,
Mi piacque guardare in fondo ai tuoi occhi mortali.

© 2013 Gianfranco Brevetto, Op. Cit.


venerdì 13 dicembre 2013

In assenza di parole

 
 



Una sera.

Quella.

Uscita te.

Rimase il dolore.

Ultimo.
 
Uno sguardo.

Senza promesse.

Quel dolore.

Improvviso.

Serale.

Inusitato.

Senza sofferenza.

Muto.

In assenza di parole.

Pronunciate.

Senza conoscerne.

Altre.

Prive di accezioni.

Il tempo.

Presente.

Il luogo.

Quella sera.
Intorno.

La materialità.

Oggetti.
Eterne inutilità.

Conglomerati.

Atomi.

Senza vita.

Le pagine.

Un libro.

Una lampada.

Spenta.

Un orologio.

Sul muro.

Il meccanismo.

I suoi movimenti.

Reali.

Meccanici.

Singoli.

Vuoti.

Tempo.

Dolore.

Da riempire.

Come agende.

O borse.

La vacuità.

É dolore.

Vita sospesa.

Apnea.

Inesprimibile.

Tacere.

Smettere di scrivere.

Immobilità.

Assoluta.

Nessuno.

Incedere del tempo.

Certo.

Senza noi.

Senza inseguirci.

Senza precederci.

Senza attese.

Senza meriti.

Giudizi.

Ora.

Al buio.

In segreto.

La promessa.

L'avrei mantenuta.

Come sempre.



2013 G. Brevetto, Op. Cit.


lunedì 9 dicembre 2013

STORIE DI ANIME: 5 - L'ANIMA DE' LI MEJO

 
 

Al di là dei luoghi comuni, questa volta occorre parlarne! Mettiamo tutto in chiaro, una volta per sempre. Sono sicuro che chi è morto non si può offendere. Come si dice: chi muore giace. Ma non ci giurerei. I dialetti ed alcune espressioni dialettali, ad esempio, sono la prova provata dell'esistenza di un aldilà.

Bene. Assodato questo primo assioma, possiamo andare avanti.

Questo aldilà, quindi, non è proprio come l'aldiquà, ci sono delle anime ( e non persone perché altrimenti occuperebbero spazio) che costituiscono una sorta di tiro al bersaglio, pronti a schivare i vari : mortacci tua, chi t'è mmuorto, all'anema 'e mammeta, and so on...

Esse sono però, in quanto anime, liberamente fluttuanti, bersagli mobili,

Diciamo poi che a Roma c'è una estrema libertà nell'epiteto pro bono animarum. Un continuo scoccare di frecce maldicenti, con conseguente evitamento da parte delle anime corrispondenti. Ma quelle dei romani, come tutte le anime, stupide non sono. L'anima, se è anima, è poco umana, quindi non può essere sciocca, lei è dotata di una capacità di schivar offese di molto superiore ai mortali. I mortali, infatti, posso diventare mortacci, ma non anime, anche da vivi. Essere anima è una condizione privilegiata. In primo luogo, quindi, io eviterei di considerare offesa l'inveire contro un morto, un vivo o mortaccio vivo, in modo generico. Senza cioè l'aggiunta del sostantivo anima (definirla sostantivo è comunque una contraddizione in termini).

Sono nato in una parte del nostro paese in cui è ancora vivo lo straordinario culto dei morti (gioco di parole che non è contraddittorio in termini).

A me la cosa ha sempre fatto impressione. Fino a quando non ho compreso che il culto non era per i morti ( ...quia pulvis es et in pulverem reverteris),ma per le anime di questi. E perché? Perché per quanto una persona possa essere stata bella e buona (καλὸς καὶ ἀγαθός), un po' di purgatorio se lo deve sempre fare. L'anima nel purgatorio, lo dice la parola stessa, si purga, anche perché da questa parte ci si purga della colpa, ma non della pena. Che tocca comunque scontare, dopo (non mi chiedete dopo quando?, perché significa che non avete capito nulla).

Perciò, nel dubbio dell'efficacia dell'indulgenza, è sempre meglio premunirsi.

Il rifrisco all'aneme d' o priatorio è un avera e propria necessità, non solo per ll'anema ma anche per chi sta ancora in buona salute. Si tratta di un uno scambio di favori, sollievo e preghiere ( si noti bene che in napoletano priatorio ha la stessa radice di priera, cioè preghiera), in cambio di grazie e protezione. Non mi dilungo oltre sull'argomento delle anime purganti, perché è ampiamente (e meglio) trattato altrove.

Ciò che m'interessa è dire che, nell'immaginario, nella cultura, nella lingua, queste anime sono percepite come fin troppo reali e sincretiche. C'è, da qualche parte, qualcuno che ci protegge, che ci guarda da lassù, con cui parlare, chiacchierare, contrattare.

I confini tra la materia vivente e le anime, diventano labili. Facilmente (e linguisticamente) valicabili.

In fondo le anime servono. Hanno una loro precisa funzione. I mortacci e le loro anime sono vivi, il culto pagano del regno dei morti ci fa un baffo, a noi moderni! Le anime sono indispensabili e sono nostri punti di riferimento in un universo fatto di finti vivi e di veri morti.

Le anime de' li mejo mortacci sono vive e lottano insieme a noi!



© 2013 Gianfranco Brevetto


domenica 8 dicembre 2013

STORIE DI ANIME: 4 - L'IO, BUONANIMA.

 
 

Oggi sono stato ai funerali del mio Io. Una cerimonia sobria, poca gente, d'altronde non ho potuto avvisare gli Altri, non ne ho avuto il tempo. Non mi sono né commosso né dispiaciuto, come gli Altri, del resto.

C'ero, anche se non potevo più utilizzare il pronome personale di prima persona. Quindi c'ero ma mi sentivo particolarmente distaccato. Come esterno. Ricordo bene di essermi subito accorto di non riuscire più a pensare. Calma! Per pensare penso, ma non riesco più a parlare a me stesso. Quando ci provo è come se parlassi al muro. Nessuno mi risponde. E, siccome dentro devo essere vuoto, la mia voce rimbomba e, dopo un po', mi provoca accessi di emicrania. Quindi sono costretto a stare zitto dentro e parlare solo all'esterno. Devo farlo quando c'è qualcuno, altrimenti, oltre a venirmi il mal di testa, mi prendono anche per matto.

Diciamo che senza un Io dopo un po' ci si abitua. E si inizia a provare anche un certo benessere. Nessuno ce l'ha più con me, ho smesso di essere permaloso. Nessuno si permette più di darmi dell'egoista, dell'egocentrico e del narcisista. Nessuno prova più gusto nell'offendermi e nessuno si permette di darmi del tu (cosa che ho sempre odiato, anche quando il mio io era ancora vivo e vegeto).

Nei primi momenti, mi era da subito venuta la voglia di ricostruirmi un altro Io. Non per elaborare il lutto ( è ovvio che non posso farlo), ma per evitare quel senso di assenza che mi si ripropone ogni mattina quando mi sveglio.

Sono andato dal mio medico curante, il quale mi ha dato degli ansiolitici e mi ha detto che dovevo cambiare stile di vita. Dalla diagnosi e dalla prescrizione è evidente che non ci ha capito nulla. Ma è stata colpa mia, sono entrato nell'ambulatorio dopo una fila interminabile di persone anziane che erano lì per farsi misurare la pressione.

Non avendo l'Io, ho subito dedotto che il disturbo mattutino è un semplice reflusso gastrico. Prenderò delle compresse all'alluminio. Sono sicuro che tutto passerà in pochi giorni.

Così, la voglia di rifarmi un altro Io mi è subito passata. Questa scelta avrebbe comportato effetti collaterali, come la solitudine. Preferisco starmene per i fatti miei senza far male a nessuno. Ho letto su di una rivista che l'Io si ammala facilmente e che le cure per guarirlo sono lunghe, dispendiose e comportano anni di chiacchierate con specialisti del settore. Alle volte si può ammalare gravemente, ed allora tutto si complica. Ma è meglio non parlarne.

Il mio Io è morto di morte naturale. Un difetto dalla nascita. Era da sempre vissuto nella certezza di restare giovane. Appena ha visto che la cosa tirava per le lunghe, non gli ha retto la consapevolezza, che per un Io è tutto.

Come farò per il futuro? Semplice, se non ho più l'Io sarò un Altro generico. Quindi mi comporterò come tale, con tutte le conseguenze. Per prima cosa mi tratterò in terza persona, cambierò casa e automobile. Mi guarderò dall'esterno, mi vedrò aggirare tra gli spazi e le persone che un tempo avevano a che fare con il de cuius. Non potrò essere più coinvolto in emozioni e sentimenti. Libero, finalmente libero. Che gran soddisfazione!

Tornando a casa stasera, in un cassetto, ho trovato una busta. L'ho aperta. Dentro c'era il testamento olografo del mio Io. Ho riconosciuto subito la sua scrittura. l'Io ha  scritto quasi quattro pagine di cose che mi sembrano non aver senso. Non potendo disporre di beni materiali, parla di una donna e di alte cose che credo siano sentimenti. Cose tipiche da adolescenti, come era lui.

Il testamento era indirizzato all'Altro, cioè a me. Mi chiedeva di dare un ultimo bacio ad una certa sua amica il cui nome termina per “a”.

Ho portato la lettera da un notaio che mi ha subito nominato esecutore delle ultime volontà del defunto. Ho accettato. Come potrei dire di no, all'Io buonanima.



© 2013 Gianfranco Brevetto




sabato 7 dicembre 2013

STORIE DI ANIME: 3 - QUELLA VOLTA CHE MI MANDARONO ALL'INFERNO

 
 
Una volta mi mandarono all'Inferno. E io ci andai per davvero. Anche se, come è ben noto, quando ti ci mandano non è un ordine vero e proprio, ma, diciamo, un invito temporaneo. Io invece, presi la palla al balzo e ci andai.
Ciò che mi spinse ad affrontare il viaggio fu, più che altro, la curiosità. Avevo le idee chiare. Primo, dovevo verificare che esistesse e che fosse effettivamente in luogo malsano. Secondo, volevo vedere cosa ci fosse dentro e soprattutto chi c'era. Così, giusto per regolarmi sul come comportarmi e sul come giudicare il comportamento altrui. Terzo, per giocare a fare il misterioso e il saccente quando sarei ritornato indietro.
La cosa che più m'incuriosiva era l'individuare il metro di giudizio. Cioè cosa bisognasse, in fin dei conti, fare per poter meritare di andarci. Il problema era il limite, volevo capire, qual era il limite di sicurezza da non superare, per non trovarsi poi bruciacchiato in eterno.
Quando ci arrivai, assoggettandomi all'ordine di amica che non aveva gradito una mia battuta, mi sembrò, a prima vista, di trovarmi in un luogo del tutto normale. Ero infatti capitato in una strada ordinaria, come ce ne sono in molte città. A questo punto devo sfatare un luogo comune: l'Inferno non ha una porta ed è abbastanza facile entrarci, senza dover traghettare o altro.
Questa strada, che doveva appartenere evidentemente ad un quartiere centrale di questo Inferno, era ben tenuta. C'erano negozi, caffè, ristoranti, insomma proprio come da noi. Cioè da noi che abitiamo da questa parte che si chiama vita è che , almeno in teoria, non dovrebbe essere né un Paradiso, né un Inferno e, tanto meno, un Purgatorio. Anche se molti si lamentano di condurre una vita d'inferno o di abitare o di sentirsi in paradiso.
Io, in questa strada, da principio comminavo con sospetto. Immaginavo che, prima o poi, si aprisse sotto i miei piedi una voragine e incominciasse tutto quel turbinio di diavoli, fuoco, anime dannate che siamo soliti immaginare. Ma non accadde nulla. L'unica cosa che mi preoccupò e che le strade fossero vuote. Detti, però, la colpa al fatto che la mia amica mi aveva mandato all'Inferno ad ora di pranzo, mentre eravamo seduti al tavolo di un ristorante.
La temperatura era gradevole e ne ho approfittato per farmi una passeggiata. Dopo una mezz'oretta, mi sono anche seduto su di una panchina di un giardinetto e mi sono messo a contemplare la folta chioma di un albero che era sopra di me.
Ho subito fatto caso che intorno a me non solo non c'era essere umano (e questo mi sembrava comprensibile in una parte dell'aldilà che di umano non dovrebbe aver nulla) ma non c'era nemmeno un animale, che so un cane, un gatto, una formica, un passerotto. Niente. Ricordando quel poco che avevo studiato sull'argomento, pensai che questa assenza si dovesse al fatto che, secondo le teorie più affermate, gli animali non hanno un'anima e, di conseguenza, all'inferno non ci possono andare. Ma mi ripropongo di verificare la cosa appena ritorno, mi sembra una bella discriminazione.
Finalmente vidi un autobus che arrivava, pensai di prenderlo.
La fermata era proprio davanti a me. Feci un gesto con la mano e si fermò. Salì. C'erano due signori indaffarati che leggevano il giornale e il conducente che non mi chiese il biglietto. Mi sentii sollevato, in gioventù il biglietto non lo avevo pagato quasi mai e, qui all'Inferno, non sembrava un peccato così grave. L'autobus fece un bel giro del quartiere che non mi apparve particolarmente interessate. Intravidi in lontananza un incrocio che mi sembrò essere proprio con la strada nella quale mi ero trovato all'inizio. Allora scesi.
La novità, l'emozione di trovarmi all'inferno, mi aveva messo l'appetito. Percorsi un centinaio di metri e mi trovai dinnanzi un ristorantino che mi sembrava niente male. Anzi, non so perché, mi ricordava uno di quelli che frequentavo prima d'intraprendere quest'avventura.
Dall'esterno s'intravedevano anche i clienti, tutti indaffarati nel mangiare con avidità. Entrai.
Con mia grande sorpresa, il cameriere, mi venne incontro, quasi mi attendesse. Tutto mi sembrava molto familiare. Mi accompagnò ad un tavolo per due e fece cenno di sedermi. Io, all'inizio, non ci badai ma il tavolo non era stato rimesso in ordine e i piatti, le posate e i tovaglioli erano già stati usati. I bicchieri erano riempiti a metà di vino bianco.
Mi sedetti e attesi spazientito che il cameriere arrivasse per portar via tutto e riordinare. Dopo cinque minuti, questi arrivò con un piattino nel quale c'era un foglietto di carta. Me lo porse dicendomi: - La signora che era con lei ha atteso più di un'ora e poi è andata via. Il totale è settantotto euro e cinquanta centesimi. L'amaro l'abbiano offerto noi. Grazie.

© 2013 Gianfranco Brevetto

venerdì 6 dicembre 2013

STORIE DI ANIME: 2 - ATTENZIONE CADUTA ANIME!

 
 
 
Si la truove ca stace durmenno
pe’ ‘na fata gue’ nun ‘a piglia’
nu rummore nun fa cu li penne
guè cardì tu l’avissa scetà?
 
(Lo cardillo, anonimo del ‘700)
 
 
L’anima di Platone è complicata. Perciò: chi me l’ha fatto fare di scrivere su questo argomento? Potevo interessarmi di tante cose, invece proprio con l’anima di Platone mi sono andato a immischiare.

Insomma, per Platone quest’anima non nasce, c’è sempre stata ed è pure presuntuosa. Figurarsi che ha le ali. Ora, se le cose stanno così è un discorso che più di tanto non m’interessa. Mi sembra un po’ una stupidaggine. Invece Platone è stato furbo e ci inserito un bel raccontino o, come lo chiamavano gli antichi, un mito. E, a me, il mito mi acchiappa. Quindi cerco di riassumerlo, per come posso.

Quest’anima è come un carro. E fin qui, diciamo che la cosa tiene. Ma poi si complica, l’anima è come un carro trainato da un paio di cavalli alati condotti da un auriga. Ora, sembrerebbe che ‘sti cavalli non sono tutti e due uguali. O meglio, mentre nel carro delle anime divine, i due cavalli sono perfetti, in quello degli altri (l’altro è una sorta di antibiotico a largo spettro, una categoria nella quale, come sappiamo, rientra anche il sottoscritto insieme a pochi privilegiati) uno dei due cavalli è più scarso.

Quando tutto questo marchingegno funziona, e il carro vola bene, va verso l’alto fino a raggiungere un luogo di perfezione, al di sopra del cielo, che alcuni dicono si chiami l’iperuranio. Se il veicolo perde le ali, cade. Il primo corpo che trova se lo prende e l’anima diventa mortale. E, secondo me, è capitato pure a me di essere stato confuso per un campo d’atterraggio.

Insomma, le amine, quelle buone, arrivano in alto e si fanno un giretto, vedono da vicino tutta una serie di cose, apprendono e conoscono perfettamente, per contemplazione. Gli altri, quelli che hanno un’ala monca, non volano bene. Si disturbano l’uno con l’altro e non riescono a vedere nulla dello spettacolo.

Inutile dire che, quelli che vedono tutto in prima fila, avranno un destino sempre migliore, mentre per gli altri, le cose s’incominciano a mettere male. Ma non da subito, si possono fare diversi tentativi e, ogni volta che si sbaglia, si va sempre un po’ peggio. In questo ripetuto cadere io, facendo bene i conti, dovrei essere alla sesta volta, in piena mimesis. E quindi, secondo il signor Platone, in questa condizione, mi allontanerei per ben tre volte dal vero.

A parte queste considerazioni personali. Le anime azzoppate, quelle che non volano bene, hanno una visone parziale e soggettiva. Pensate che s’incarnano in storie mortali e, prima di tornare su, ci vuole un tempo per me impensabile: diecimila anni. Adesso, io sono un tipo ansioso e non ho pazienza nemmeno d’infilare un ago: figuratevi se mi metto ad aspettare dieci millenni!

Un’ultima cosa e poi vi lascio. Questa anima, come dicevo, è composta da tre pezzi: i due cavalli e l’auriga, cioè quello che conduce il carro. Il primo cavallo è quello più spirituale che tende ad andare verso l’alto naturalmente. Il secondo è la parte più sensibile e materiale. Quest’ultimo quadrupede è indisciplinato e tende a cambiare strada.  Scoop finale: secondo voi, a chi ci ha messo, Platone,  a guidare tutto il carroccio? All’Intelletto!

Insomma, a me quest’anima platonesca mi sembra complicata davvero. Però, questo mito, una cosa ci dice di buono: non ce la prendiamo con gli dèì se cadiamo e ci facciamo male!

 

© 2013 Gianfranco Brevetto

 

giovedì 5 dicembre 2013

STORIE DI ANIME : 1 - LE ANIME GEMELLE

 
 
Ho appena scoperto di avere un'anima gemella. Ma non ero nemmeno a conoscenza di avere un'anima figlia unica. Comunque, da quando ho scoperto che la mia anima è il frutto di un parto gemellare, sto meglio. Mi sento meno solo. Di conseguenza, ho acquistato un letto a castello e un sidecar.
Voglio che le due anime si trovino bene insieme e che possano liberamente girovagare e condurre una vita agiata, come si confà a delle anime che si rispettino.
Da subito, devo ammettere, che non sono sceso nei particolari. Non so se si tratti di gemelli monozigoti o dizigoti: l'importante è che il parto non abbia avuto conseguenze e che stiano bene.
Devo anche confessare che nell'occasione, dico quella della scoperta di questa parentela ignota, mi sono dovuto arrendere di fronte al fatto di possedere un'anima. Infatti, se non avessi fatto questa concessione filosofica, l'altra anima sarebbe restata priva della gemella di cui io ero inconsapevole portatore.
Che gioia! Appena si sono viste le due anime non hanno avuto problemi a riconoscersi: due gocce d'acqua! Sembra che si siano scambiate anche i numeri di cellulare e siano diventate amiche su facebook.
Mi sono anche convinto che le due anime sono molto più giovani di me. In fondo, come negare l'eterna adolescenza dell'anima!
Non ne conosco il sesso (cercarlo è un po' come disquisire su quello degli angeli), ma sono sicuro che, se non lo hanno ancora fatto, si fidanzeranno presto. Infatti, da quando stanno insieme tendono ad appartarsi e ascoltano musica ad alto volume. Io, poi, sono in continua preoccupazione e dormo poco: tornano tardi la sera e non vorrei che frequentassero ambienti poco raccomandabili.
Insomma, posso dire di essere contento e soddisfatto per aver acquisito questa inaspettata parentela, per aver assistito al ritrovamento da parte della mia anima della sua gemella, ma, per il resto, ho perso la mia tranquillità ed i miei ritmi da navigato cinquantenne.
Devo anche, in ultimo, confessare che non ho mai capito perché le anime gemelle non vengano tenute insieme dalla nascita, perché s'impedisca loro di condurre una vita famigliare normale, invece di sottoporle al continuo stress di andare alla ricerca una dell'altra. Con tutte le anime che ci sono in giro, vi è il rischio concreto di non ritrovarsi mai. Se avessero la possibilità di stare insieme sin dal parto, avrebbero più tempo per conoscersi, per familiarizzare, si eviterebbero anche molte liti, separazioni, divorzi.
Ecco io credo che, in un paese civile, uno dei primi articoli della Costituzione dovrebbe prevedere l'inseparabilità alla nascita delle anime gemelle e, considerando tutte le preoccupazioni che mi stanno dando, ci vorrebbe una legge che obblighi queste due anime conviventi a rendersi autonome, lasciando in grazia di Dio i relativi proprietari.

© 2103 Gianfranco Brevetto