mercoledì 4 novembre 2015
martedì 28 luglio 2015
Divieto di sosta ai non credenti
Nel grande e ricchissimo tempio delle divinità, dove la luce colpisce, con infinite sfumature (..e vorrei anche vedere che non fosse così) le statue delle dèe e degli dèi, c’è posto per tutte le esigenze e - a patto di formulare espressa richiesta con tanto di riverenza e lauta offerta - ogni desiderio viene esaudito.
Chi ci è stato assicura che la cosa viene fatta in poco – o pochissimo - tempo. Ore, o addirittura minuti. Basta recitare qualche frase a scelta - o anche presa a caso come si fa con i numeri da giocare al lotto - è tutto, più o meno miracolosamente, si compie. Ho sempre avuto grande simpatia per questo tipo di divinità, alle quali si riserva la stessa ipocrita devozione dovuta ai mestieranti della politica (… meglio tenerseli buoni quelli… possono sempre tornare utili…). Una delle caratteristiche di una dea o di un dio è infatti quella di essere utile.
Una dea o un dio inutile appare una contraddizione del sacro, una beffa, uno scherzo di carnevale, una presa per i fondelli (rigorosamente al plurale). Comunque sia, la cera ed i buoni propositi costano poco (anche se la questione dell’obbligo di offrire un sacrificio in cambio mi porterebbe a pensare ad un’utilità reciproca). Grande simpatia, ma anche timore rispetto, dicevo. Perché di vendette divine ne è piena la storia degli umani: l’ira anche di un solo dio può costare molto caro. A parte questo, nel grande tempio ci si sente al sicuro. Le dèe e gli dèi sono suddivisi per competenza. Ognuno si occupa di un pezzetto della natura, dei sentimenti, delle beghe umane. Basta cercare e si trova il dio giusto. Il mio amico Pancrazio ha anche lui visitato il tempio, aveva problemi di parcheggio. Abita, infatti, in una grande ed affollata città. Ha trovato il dio del traffico e gli ha offerto un modellino della sua auto in plastica. Quando è tornato a casa ha trovato delle strisce bianche disegnate sull’asfalto. Dentro c’era scritto in caratteri cubitali: “riservato a Pancrazio – divieto di sosta ai non credenti”. Pancrazio era molto soddisfatto di questa concessione divina. La sera, la moglie gli ha dato anche un bacetto sulla guancia, sintomo di un amore che non tramonta mai. Pancrazio era contentissimo della sua avventura e non smetteva più di raccontare tutto quello che aveva fatto e visto nel tempio. Addirittura c’era anche la statua del dio dei piccoli amori. Rappresentava un bellimbusto calvo con i calzini che gli arrivavano alla caviglia. Aveva anche un tatuaggio tribale sulla natica destra (difficilissimo da riprodurre in marmo..). Era un dio frequentatissimo, folle di donne e uomini, ragazza e ragazzi, venivano a deporre sull’altare, proprio davanti a lui, piccoli ricordi degli amori di qualche giorno o di una settimana, baci rubati, amplessi scomodi e precari, numeri di telefono scritti e cancellati velocemente, abiti risistemati all’istante, dignità miracolosamente riacquistate nel giro di qualche ora. Pancrazio si divertiva molto nel raccontare queste cose. Però divenne, ad un tratto, serio. Gli era venuta in mente l’immagine di una donna che aveva visto avvicinarsi in lacrime a quel dio. Piangeva e si disperava perché si vedeva costretta a sacrificare il suo piccolo amore: non aveva saputo resistere alla critiche delle vicine pettegole, delle amiche benpensanti. Affranta, disgustata, alla fine aveva ceduto. La donna uscendo aveva giurato a se stessa di non rimette più piede in quel luogo. - Ma se l’amava tanto – chiesi io – perché non ha offerto il suo sacrificio al dio dei grandi amori? - Dio dei grandi amori? Non mi risulta che esista! – sentenziò Pancrazio sospirando.
© 2015 Gianfranco Brevetto
Chi ci è stato assicura che la cosa viene fatta in poco – o pochissimo - tempo. Ore, o addirittura minuti. Basta recitare qualche frase a scelta - o anche presa a caso come si fa con i numeri da giocare al lotto - è tutto, più o meno miracolosamente, si compie. Ho sempre avuto grande simpatia per questo tipo di divinità, alle quali si riserva la stessa ipocrita devozione dovuta ai mestieranti della politica (… meglio tenerseli buoni quelli… possono sempre tornare utili…). Una delle caratteristiche di una dea o di un dio è infatti quella di essere utile.
Una dea o un dio inutile appare una contraddizione del sacro, una beffa, uno scherzo di carnevale, una presa per i fondelli (rigorosamente al plurale). Comunque sia, la cera ed i buoni propositi costano poco (anche se la questione dell’obbligo di offrire un sacrificio in cambio mi porterebbe a pensare ad un’utilità reciproca). Grande simpatia, ma anche timore rispetto, dicevo. Perché di vendette divine ne è piena la storia degli umani: l’ira anche di un solo dio può costare molto caro. A parte questo, nel grande tempio ci si sente al sicuro. Le dèe e gli dèi sono suddivisi per competenza. Ognuno si occupa di un pezzetto della natura, dei sentimenti, delle beghe umane. Basta cercare e si trova il dio giusto. Il mio amico Pancrazio ha anche lui visitato il tempio, aveva problemi di parcheggio. Abita, infatti, in una grande ed affollata città. Ha trovato il dio del traffico e gli ha offerto un modellino della sua auto in plastica. Quando è tornato a casa ha trovato delle strisce bianche disegnate sull’asfalto. Dentro c’era scritto in caratteri cubitali: “riservato a Pancrazio – divieto di sosta ai non credenti”. Pancrazio era molto soddisfatto di questa concessione divina. La sera, la moglie gli ha dato anche un bacetto sulla guancia, sintomo di un amore che non tramonta mai. Pancrazio era contentissimo della sua avventura e non smetteva più di raccontare tutto quello che aveva fatto e visto nel tempio. Addirittura c’era anche la statua del dio dei piccoli amori. Rappresentava un bellimbusto calvo con i calzini che gli arrivavano alla caviglia. Aveva anche un tatuaggio tribale sulla natica destra (difficilissimo da riprodurre in marmo..). Era un dio frequentatissimo, folle di donne e uomini, ragazza e ragazzi, venivano a deporre sull’altare, proprio davanti a lui, piccoli ricordi degli amori di qualche giorno o di una settimana, baci rubati, amplessi scomodi e precari, numeri di telefono scritti e cancellati velocemente, abiti risistemati all’istante, dignità miracolosamente riacquistate nel giro di qualche ora. Pancrazio si divertiva molto nel raccontare queste cose. Però divenne, ad un tratto, serio. Gli era venuta in mente l’immagine di una donna che aveva visto avvicinarsi in lacrime a quel dio. Piangeva e si disperava perché si vedeva costretta a sacrificare il suo piccolo amore: non aveva saputo resistere alla critiche delle vicine pettegole, delle amiche benpensanti. Affranta, disgustata, alla fine aveva ceduto. La donna uscendo aveva giurato a se stessa di non rimette più piede in quel luogo. - Ma se l’amava tanto – chiesi io – perché non ha offerto il suo sacrificio al dio dei grandi amori? - Dio dei grandi amori? Non mi risulta che esista! – sentenziò Pancrazio sospirando.
© 2015 Gianfranco Brevetto
venerdì 17 aprile 2015
domenica 15 marzo 2015
NOMINA SUNT OMINA
Mi sono sempre chiamato col mio nome. E questo è successo, più o meno, dal giorno in cui sono nato. Qualcuno, ma molto probabilmente è stato mio padre, sarà andato a declinarlo in qualche cartaceo e sonnolento ufficio d’anagrafe.
Da quel giorno il mio nome è stato quello. Punto.
Tengo a precisare, da subito, che non rivelerò nelle
prossime righe né il mio nome, né la data e tantomeno il luogo di nascita. In verità,
sono una persona molto riservata e gelosa di tutto ciò che mi appartiene. Per questo,
tutti quelli che fossero interessati a questi dati possono interrompere qui la
lettura. Non mi offendo.
Sono altre, e ben più importanti, le cose che dovete
sapere.
Oggi ero al mercato. Di solito non ci vado mai, soprattutto
al mattino. Una signora che conoscevo da molti anni si è avvicinata a me con un
gran sorriso e mi ha detto:
-
Buongiorno
Mario! come te la passi?
-
Buongiorno!
Ho risposto senza pensarci su.
Subito dopo
ho realizzato che, però, quello non era il mio nome e che la signora si era
confusa. Forse l’età. Abbiamo comunque chiacchierato per qualche minuto e sono
andato via fingendo di non aver fatto caso al lapsus.
Nel pomeriggio sono passato in ufficio, cosa che
faccio sempre più svogliatamene e la mia segretaria (che era tutta presa dal rispondere
ad alcuni messaggi sul suo smartphone) mi ha accolto distrattamente recitando:
-
Buonasera
dottor Luigi!
-
Buonasera
signorina!
Sono passato oltre e mi sono rinchiuso nella mia
stanzetta, annunziando la mia assenza per chiunque avesse chiesto di me.
Luigi non è il mio nome e nemmeno quello degli altri
impiegati dell’ufficio.
Quella clausura è durata circa un’ora, poi sono
uscito. Nonostante fossero già le quattro del pomeriggio ho deciso di prendere
un caffè. Inutile dire che il barista, che mi conosce da dieci anni, mi ha
chiamato Michele. Ho dato la colpa al momentaneo affollamento del locale.
Successivamente sono passato in libreria, dal barbiere,
al supermercato, da un apicultore, una negromante, un collezionista di bulloni
per auto, un agrimensore, un dattilografo in cassa integrazione, un
elettricista-idraulico, un motorista in pensione, una casalinga che mi
abbraccia ogni volta che mi vede, un insegnante di latino che ha tentato tre
volte il suicidio senza mai riuscirci, un ex pilota depresso che invece ci stava riuscendo ma lo hanno salvato in
extremis, un glottologo col quale ho un rapporto di fiducia, un autoferrotranviere.
Tutte persone che conosco, e mi conoscono, alla perfezione.
Ebbene, ho le lacrime agli occhi. Vi riporto solo i
nomi con i quali mi sono sentito chiamare e lascio a voi ogni commento: Giorgio,
Vincenzo, Marco, Mirko, Antonio, Alfio, Wilfredo, Ambrogio, Temiko (mai sentito
e non credo che esista), Archelao, Tino, Silverio, Silvestro, Saverio, Ubaldo.
Per tutti ho avuto la stessa identica reazione, cioè
nessuna.
Rientrando a casa, stasera, i miei figli hanno deciso
di chiamarmi zio. Il fatto, che dall’inizio mi sembrava uno scherzo, adesso che
sono disteso nel mio letto inizia a preoccuparmi. Insospettirmi. Ma oggi è
stata una giornata pesante. Indagherò domani.
© 2015 Gianfranco Brevetto
lunedì 23 febbraio 2015
Le désordre
http://www.lagalerielitteraire.com/#!Le-désordre-Gianfranco-Brevetto-Préface/cmbz/3D296397-59D4-426E-9F6F-8860C40356B3
photos de couverture : Anna Pianura
photos de couverture : Anna Pianura
sabato 29 novembre 2014
All'inizio non fu il tango
All’inizio non fu il tango.
Forse apparve un movimento senza musica, un brusco movimento involontario, un singhiozzo sfuggito ad un bambino.
Ma all’inizio non fu il tango.
Non ci furono parole, fiori, passi, scarpe, compromessi. Tantomeno case, strade, panchine e orari dei treni. Però da lontano, e solo da lontano, si poteva intravedere una sedia vuota, una finestra socchiusa. Una scatola di caramelle variopinte, un secchio pieno a metà.
Ma all’inizio non fu il tango.
Potrei tranquillamente dire che, all’inizio, non arrivavano autobus affollati, non c’erano cappelli da uomo o da donna, nessuno portava bracciali e unghie finte. C’era qualche sporadica nuvola, un uccello variopinto, una pentola malriposta.
Ma nessun tango.
All’inizio, si sa, nessuno avrebbe mai pensato ad auto di lusso, a borse della spesa, a spese folli, a denaro, assegni, ai pieni di benzina. Sì, c’era qualcuno che mangiava mele (seppur di nascosto, si capisce), c’era chi l’avrebbe scoperto, chi continuava a guardare l’ora, a fumare senza filtro, a specchiarsi nelle vetrine.
Ma all’inizio non fu il tango. Nessun tango c’era in quel momento.
Non ci sarebbe mai potuto essere. Lì, in quel momento, quello dell’inizio. Quello in cui qualcuno, per primo, ballò, fece quel passo. Quel qualcuno che, per primo e con voce sorpresa, disse: questo è il tango! Quel primo passo dal quale tutto iniziò.
No, non ci fu il tango all’inizio.
Nessuna orchestra ne conosceva il ritmo, la chiave, le note, il concatenarsi delle battute. Nessuna atmosfera, nessuna lingua, nessun lunfardo, nessuna sigaretta da fumare o bicchiere da riempire. Segni scontati e ripetitivi di qualcosa che sarà dopo.
Nulla di tutto questo, quindi.
Di certo, e ne sono convinto, ci fu un profumo, una donna e l’ombra di un uomo. Ci fu un’attesa, un tempo fermo che pareva durasse da millenni. Un’aria immobile, una luce accennata.
Infine, ripeto, all’inizio non fu il tango. Non lo cercate più là.
Ci furono, si dice, solo due corpi.
Due mani sottili, in penombra.
Forse uno sguardo, non voluto, inatteso.
© 2014 G. Brevetto, Op. Cit.
lunedì 17 novembre 2014
PSICOFTALMOLOGIA FAMIGLIARE
Sono un giovane
oculista. In verità mi sono laureato già da qualche anno, ma è da poco che
esercito realmente la professione. Ho dovuto attendere che morisse zio Peppino,
anche lui oculista, per poterne ereditare studio e clienti.
Diciamo che di clienti,
in questo passaggio, ne ho perso qualcheduno. Non si fidano molto di me e poi
dicono che mio zio aveva esperienza. Insomma, era tutta un’altra cosa. Però
alcuni mi sono rimasti, i pazienti sono abitudinari, non hanno voglia di
cambiare. Poco importa se al posto di Peppino ci sia io. L’importante è che li
visiti e che non dica cose molto esagerate. I pazienti vogliono sentirsi
ammalati quel poco che basta. Personalmente credo che molti siano interessati a
cronicizzare i malanni, convivere con loro, farseli amici. Non conviene né
peggiorare né guarire. Meglio lamentarsi poco e spesso.
Tra i clienti che non
hanno abbandonato lo studio vi è una coppia di sposi. Mi hanno detto che sono
sposati da tre anni. Hanno un figlio, suoceri e suocere, cognati e
cognate, madri e padri e parenti fino all’ennesimo grado. Litigano per i motivi
più stupidi e, man mano, si stanno facendo sommergere dalla routine e dalla
noia. Riempiono la loro vita di cose inutili, fanno esattamente ciò che pensano
si debba fare in un matrimonio. Sono certi che sommando mediocrità si ottengano
cose eccezionali. Rispettano le regole e sono benpensanti. Fin qui tutto
normale.
Il fatto è che sono
affetti entrambi da una patologia dai contorni abbastanza oscuri. Si tratta di
un problematica certamente di ambito oculistico ma che, nel loro caso, ha
risvolti psicologici e famigliari.
Pur comunicando
normalmente tra di loro (e posso attestare che tutti e due sono in possesso di
ottime qualità psicofisiche) e' come se non si dicessero nulla. Infatti ognuno
appare come immerso nei suoi pensieri e, pur reagendo agli stimoli dell’altro,
lo fa in modo non pertinente. Come se ognuno guardasse in direzioni diverse.
Sono brave persone, certamente sono in buona fede e mi sembrano in difficoltà. Me la sono presa a
cuore e ho fatto lunghe ricerche tra i
libri che mi ha lasciato in eredità zio Peppino. A pagina trecentottantanove
del manuale di psicoftamologia credo di aver trovato la risposta. Non ho il
coraggio di dirlo loro e per questo mi affido a questo breve scritto.
La patologia
in questione è un comune strabismo di coppia.
© 2014 Gianfranco
Brevetto
sabato 8 novembre 2014
L'AutoAmabile
Non voglio pronunciare
la parola strano. Eppure, ci starebbe proprio bene. Ma non la dirò! Dirò
invece….mmmm…vediamo un po’…ecco! Dirò:
Incredibile! Infatti così è. Eppure…
Eppure stamattina
sono uscito. Come al solito, del resto. La mia automobile è sempre quella. La
riconosco a prima vista. Sono anni che mi aspetta, più o meno al solito posto.
Ha sempre fatto il suo dovere e non mi azzardo a dire il contrario perché
potrebbe offendersi. Eppure..
Eppure
stamattina c’era qualcosa di diverso. Forse la luce, la prima umidità, l’orario
invernale. Boh! Non riuscivo a capire. Lei, appariva più luminosa, come se
l’avessi lavata la sera prima. Eppure…
Ho aperto lo
sportello, sono entrato ed ho avuto la sensazione che anche dentro fosse pulita
e profumata di fresco. La primavera è passata da un pezzo… eppure… eppure…
eppure non so cosa! Insomma era tutto più bello. Ma bello bello!
Infilato le
chiavi, le ho girate per mettere in moto. Ma, quando il quadro si è acceso, è
apparsa una spia che non avevo mai visto prima. Piccola. Al centro del
cruscotto. Di un colore acceso. Forse rosso.
Ho spento e
riacceso, nel caso mi fossi sbagliato. La lucina era ancora li. Fissa.
Eppure..
eppure….eppure non l’avevo mai vista. Il libretto delle istruzioni non è il mio
forte. Trecentocinquanta pagine di cose incomprensibili. Dunque… pagina
duecentocinquantasei… schema del quadro delle luci….luce rossa piccola….vedi
pagina trecentoquarantuno…lo sapevo! Chiamare il numero verde dell’assistenza…
- Si prega di
non riagganciare… l’operatore sarà disponibile…. Buongiorno, sono Marta, in che
cosa posso esserle utile?
- Ecco una luce
rossa piccola..questa mattina…
- Attenda in
linea… luce rossa… piccola…sì… vediamo….attenda ancora…ecco! Lei è un uomo
fortunato!
- Cosa? Scherza?
- Si è
fortunato!
- Perché?
- La sua
automobile è innamorata!
- Innamorata?
- Sì,
innamorata!
- E allora?
- E allora se ne
faccia una ragione! Buona giornata!
Eppure… eppure….
© G. Brevetto,
L’AutoAmabile, 2014
venerdì 12 settembre 2014
Pierina Porfirina
PIERINA PORFIRINA
DIPLOMATA BALLERINA
SALTELLANDO SENZA SOSTA
PIEGA GAMBE POI LE ACCOSTA
BRACCIA TONDE SULLA TESTA
SCHIENA DRITTA GIRA LESTA
LE CAVIGLIE HA BEN RIZZATO
CON UN GESTO RAFFINATO
DI DANZARE MAI SI SAZIA
SE NON FOSSE CHE LA SORTE
A VEDERE QUELLA GRAZIA
SI DISTRAE SOLO UN MOMENTO
E LE SUE MOVENZE TORTE
FA FINIR SUL PAVIMENTO
QUI L’APPLAUSO COGLIE FESTANTE
G. Brevetto, Ametàstrada
sabato 23 agosto 2014
Meursault e il suo doppio: un'inchiesta mai chiusa
Meursault è il protagonista de Lo
straniero di Albert Camus. La trama di questo racconto è nota ed è
patrimonio consolidato della letteratura del secolo scorso. Meursault, uomo
apparentemente insensibile e distaccato, si rende colpevole di un
omicidio. In un anfratto di una spaiggia assolata, uccide, per futili
motivi, un arabo. Sappiamo solo che la sorella della
vittima è stata schiaffeggiata da un suo conoscente e Meursault teme che
il fratello voglia vendicarsi . La trama Lo Straniero prosegue,
poi, conl le vicende del processo a seguito di questo delitto, ma
dell’arabo, della vittima, che appare solo marginalmente nella prima parte
del racconto, nulla ci viene più riferito.
Haroun, è invece il protagonista
del recentissimo romanzo di Kamel Daoud, dal titolo Meursault,
contre-enquête (Acte Sud, 2014). Lo scenario, stavolta, è quello
dell’Algeria che ha visto da poco completarsi il lungo e doloroso processo
d’indipendenza, una vivenda che ha profondamente lacerato occupati e
occupanti. Siamo infatti agli inizi degli anni ’60.
Haroun, che nel
racconto Daoud è il fratello dell’arabo ucciso da
Meursault, vive la sua esistenza all’ombra di una madre, M’ma,
despota e possesiva il cui unico scopo è vendicare il figlio ucciso da un roumi,
un non arabo, come tanti coloni e figli di coloni.
Il racconto è un lungo feedback.
Haroun narra la storia della sua famiglia ad un non precisato interlocutore nel
corso di una serie d’incontri in un bar. Haroun ora è anziano, ma la vicenda è
ambientata nei concitati giorni che seguirono la partenza frettolosa dei
francesi, dopo la proclamazione dell’Indipendenza del 1962.
Sono passati venti anni
dall’omicidio (la pubblicazione de Lo Straniero è infatti del 1942)
l’Algeria è profondamente cambiata, nessuno ricorda più quell’episodio, se non
due piccole brevi di cronaca contenute in alcuni ritagli di giornali custoditi
gelosamente da M’ma.
Ricostruire quanto accaduto
sembra l’unica missione di Haroun, che deve sottostare all’onnipresenza e
onnipotenza materna. Haroun è costantemente alla ricerca di particolari
che appaiono sempre più in dissolvenza, privi di riscontri tangibili. In
primis dare un nome alla vittima, all’arabo del racconto di Camus. Si viene
così scoprire che il fratello di Haroun si chiama Moussa. Una vittima
innocente di cui si conserva la memoria in una tomba vuota, il corpo non è
stato mai ritrovato.
L’autore di Meursault,
contre-enquête, Kamel Daoud, è un affermato giornalista algerino del Quotidien
d’Oran dove cura una delle rubriche più seguite. È autore anche di
altri racconti brevi ma, nel suo primo romanzo, ha deciso coraggiosamente di
misurarsi con uno dei libri più conosciuti a tradotti al mondo come Lo
Straniero.
La sfida lanciata da Daoud non
appare solo letteraria, il periodo scelto a riferimento lo portano dritto al
cuore delle problematiche dell’Algeria di oggi. La mai risolta questione
coloniale, la lingua degli occupanti, i distinguo religiosi, il destino di un
popolo segnato da una storia che sembra da sempre sfuggirgli.
La controinchiesta di Daoud, si
muove in questa complessità, in questa realtà fatta di opposizioni, di doppi,
di omicidi e vendette segnati dal tema di fondo della gratuità del male.
Haroun vive una realtà speculare
a quella di Meursault, lo straniero diventa l’altro da sé, l’omicidio, come il
suicidio ne il Mito di Sisifo di Camus, incarna la perdita di senso,
l’abbandono di qualsiasi opzione filosofica, la barriera da infrangere,
l’ultima, come i proiettili che diventano colpi bussati alle porte della
sventura o dell’apparente liberazione. La morte dell’altro è qui il
simbolo della rottura di equilibri, dell’irruzione dell’assurdo nella
quotidianità.
In quanto controinchiesta, la
narrazione di Daoud si sviluppa su di un binario parallelo e speculare a quello
di Camus. Maria è ora Meriem, il nome Meursault si rivela il calco
dell’arabo El-Merssoul, l’inviato, il messaggero.
Daoud dimostra di essere un
profondo conoscitore dell’opera camusiana. Frequenti appaiono i riferimenti
anche ad altre opere del premio Nobel, non ultima l’ambientazione della lunga
narrazione di Haroun in un bar, che ripropone, senza stonature stilistiche, la
lunga confessione del giudice–penitente de La Caduta di Camus.
Daoud però non casca nella
trappola del sequel o del cavalcare la fama di altri . Sa dosare i riferimenti
a Lo Straniero ed ai suoi personaggi fino a fare del suo, un
racconto autonomo, lontano da ogni riferimento superfluo, dai fuori luogo,
dalla ridondanza.
È veramente singolare come anche
nel racconto di Daoud, pur nella continua ricerca della realtà dei
fatti, la vicenda di questo omicidio perda ogni connotato localistico
e cronachistico per toccare, ancora una volta, i registri sensibili
dell’esistenza umana.
© 2014 Gianfranco Brevetto
© 2014 Gianfranco Brevetto
venerdì 2 maggio 2014
Limerick pro memoria
Un’amica ( il cui
nome finisce per A)
Mi ha chiesto: Ma un limerick come si fa?
Una rima tu metti due volte lassù
Uno, due, tre… e lei
arriva giù
Semplice! ha detto. ( E lei cade quA)
© 2014 G. Brevetto, Op. Cit.
martedì 22 aprile 2014
martedì 11 febbraio 2014
Ovunque tu guardi
Dovunque tu guardi
Ci sono parole,
Libere vanno
Le legge chi vuole.
A volte mi fermo,
Non so cosa fare,
Davanti alle frasi
Mi metto a pensare,
Pensare alle dame
Ai fanti, ai re,
Ed ora son loro
Che leggono me.
© 2014 Gianfranco Brevetto, Op. Cit.
sabato 8 febbraio 2014
L'inganno
Gli déi assumo
Le nostre
Sembianze
Per ingannarci.
Per confonderci,
Ad altri
Si svelano.
Senza ritegno
Ci guardano,
Svogliati,
Compiere
I gesti
Quotidiani
Che noi
Riteniamo
Immortali.
Ci contendono
La natura
Divina.
In sfide,
Non soddisfatte,
Riempiono
Di vuoto
La nostra esistenza.
Nessuno
É
creato
A immagine
Dell'altro:
Dunque
Tutto
É
inganno:
Di
Quell'immagine,
Quel riflesso,
Che fu
da qualche parte,
E che segnò
L'inizio,
Uomini
E
Déi
Ne sono
Solo lo
Specchio.
©
2014 Gianfranco Brevetto, Op. Cit.
venerdì 7 febbraio 2014
Pollimerick
Rotola rotola l’uovo
Col becco a fermarlo ci provo
L’acqua ribolle e s’ode
Erode fa rima con code
Frigge rotolo d’uovo
© G. Brevetto, Op. Cit.
Polimerick
Quel tale signore di plastica
Ha messo una protesi drastica
Di gomma il suo cappello
Polietilene il cervello
Il riciclabile signore di plastica
© G. Brevetto, Op. Cit.
giovedì 6 febbraio 2014
Limerickapra
Ho visto una capra di belle speranze
In una stalla di quindici stanze
Aveva acquistato persino un panca
Ed un cavolo dalla cima bianca
La furba capretta di belle speranze
© G. Brevetto, Op. Cit.
lunedì 3 febbraio 2014
Come se nulla fosse
Come se
nulla
fosse,
abbiamo
concordato
giorni
ed ore
insoliti,
come se
nulla
fosse
abbiamo
seminato
fiori
inaspettati,
come se
nulla
fosse
abbiamo
giurato
ancor
prima di
promettere,
sempre
come se
nulla fosse
abbiamo
discusso
senza
aver ragione
e
senza
aver torto,
per nulla
siamo
partiti
e tornati,
vestiti e
rivestiti
seduti
alzati
stretto
abbracci
scambiato
baci
più volte
provati
o
inattesi,
sempre e
comunque
come se
nulla
fosse
ci siamo
pensati
e ripensati,
dimenticati
con la
paura di
dimenticarci,
dispersi
e
ritrovati
per caso,
come se
nulla fosse.
Noi,
come se
nulla
fosse,
come se
fossimo
nulla,
senza
annullarci
per
sopravvivere
anche
a questo,
come ad
altro
ormai
passato.
Tutto
accade
come
se nulla
fosse
senza poter
mai
dire:
non è
successo
nulla.
©
2014 Gianfranco Brevetto, Op. Cit.
Iscriviti a:
Post (Atom)











_01.jpg)



