sabato 19 novembre 2011
[Le Journal de Valérie Debieux] La mia Italia, i ricordi, la lingua
[LE JOURNAL DE VALÉRIE DEBIEUX ] Un'amica scrittrice legge Opus Reticulatum
giovedì 22 settembre 2011
[Architetture] LUOGHI SEGRETI
lunedì 19 settembre 2011
[Architetture] LUOGHI IMPROBABILI
Le case delle vacanze stanno diventando il simbolo di questa vita parcellizzata e, come per altri ambienti od oggetti, hanno bisogno di essere identificati in modo certo da parte di chi le vive e di chi le guarda dall’esterno.Esse pertanto architettonicamente hanno finito col diventare la parodia di se stesse, prodotto di un assemblato di luoghi comuni e di prevedibilità.
venerdì 9 settembre 2011
lunedì 5 settembre 2011
giovedì 1 settembre 2011
sabato 27 agosto 2011
[Diario di un traduttore] DIFFICOLTA' RESPIRATORIE
mercoledì 3 agosto 2011
[Diario di un traduttore] PART-TIME
giovedì 14 luglio 2011
[Diario di un Traduttore] NOMINA NUDA TENEMUS

Questo è in parte valido nella vita, chi potrebbe dire che non è vero?
Dubitare è sintomo di prudenza. Anche se farlo eccessivamente lascia spazio a giudizi diversi e negativi (mi viene in mente la parola imbecille).
Joubert diceva che “solo cercando le parole si trovano i pensieri”, ma spesso le parole si somigliano e si somigliano anche tra lingue diverse, la somiglianza può portarti all’errore.
Parole che hanno origini comuni, in lingue diverse hanno finito con avere significati diversi.
Che meraviglia! Le parole non hanno un senso dovuto all’ortografia ma il senso glielo danno i popoli che le utilizzano.
La corrispondenza tra i pensieri e le parole non è così certa.
Tant’è vero che Bernardo da Morlay sosteneva: “la rosa originaria esiste solo nel nome” (De contemptu mundi).
Questo fatto m’interessa. Assai!

mercoledì 13 luglio 2011
[Diario di un Traduttore] LA LINGUA PERFETTA

Mi aveva fregato, non avrei mai avuto il coraggio di scrivere nulla! Cosa voleva dire “padroneggiare”? Chi mi avrebbe dato la sicurezza di essere in grado di farlo?
Devo molto a Umberto Eco e, queste mie domande, non contengono nessuna forma d’ironia. Andai avanti e lessi oltre. “Molti intellettuali, letterati o linguisti, si sono cimentati nell’ardua questione della traducibilità del testo”- scrive ne La ricerca delle lingua perfetta (Laterza 1993) – (…) il dibattito sulla traduzione e sulla lingua perfetta e tutt’altro che concluso”.
Bene, potevo iniziare a tradurre! Ero in buona compagnia.

[Diario di un Traduttore] L'INIZIO

Esattamente non so come sia iniziato. Di certo è qualcosa che va al di là dell’aspetto puramente linguistico. Si tratta comunque di un lunghissimo viaggio, durato circa 35 anni, anno più anno meno. Il percorso che mi ha portato alla traduzione di un autore del calibro e della complessità di Emmanuel Bove non avrebbe potuto essere diverso.
Ammetterlo mi è difficile, ma alla fine l’evidenza prevale: il rapporto con la lingua, le terre, le persone, gli autori francofoni mi hanno profondamente condizionato, come hanno decisamente influito sul mio modo di pensare e di scrivere.
In questo blog cercherò di ripercorrere queste tappe, spesso citando autori e riferimenti che ritengo importanti, se possibile con il contributo ed il sostegno di chi avrà la pazienza leggermi.

giovedì 7 ottobre 2010
mercoledì 29 settembre 2010
venerdì 30 luglio 2010
martedì 29 giugno 2010
sono l'archetipo di me stesso
Sono l’archetipo di me stesso.
La narrazione e l’identità
in Scrivi delle Belle Storie e Saremo Felici (2012)
Faccio parte di una generazione tutto sommato fortunata. Forse l’ultima che ha raccolto dalla voce dei parenti più disparati frammenti di una cultura che si è trasmessa solo oralmente. Un mix di tradizioni e affabulazioni contadine ed urbane con le quali ho convissuto nella mia prima infanzia e che ora, ripeto fortunatamente, continuano ad abitare le mia fantasia. Gli unici momenti in cui ricordo chiaramente, come accade ad altri, la voce di quelle persone. Momenti d’intimità serale in cui questi racconti mi accompagnavano lentamente al buio della notte, un passaggio dolce in cui cercavo di allontanare quella maledetta paura di restare solo nel sonno. Proprio per questo motivo la mia preferenza andava alle storie più lunghe.
Raccontami di quando eri piccolo… Cosa facevate quando c’era la guerra? I racconti spesso erano di miseria, di fame, di paure concrete che si mescolavano con le mie che, solo così, si diluivano e si annebbiavano nella stanchezza serale. Poca cosa, in fondo, il buio.
Si andavano allora costruendo nella mia memoria non solo gli archetipi narrativi della guerra, della fame e della miseria, ma anche, attraverso la loro narrazione, quelli di padre, madre, nonno, zio. Allora mai avrei pensato di dover, a mia volta, raccontare a qualcuno, di utilizzare quelle stesse semplici tecniche narrative, di dover interpretare ed utilizzare quegli stessi archetipi attraverso la mia esperienza. Ma anche di aggiungerne altri quando, inesorabilmente anni dopo, mi sono state ripetute le stesse domande. Cosa facevi quando eri piccolo? Parlami del tuo lavoro… Toccava a me. Ero io, stavolta ed in prima persona, impegnato nel costruire e ricostruire quelle esperienze fondanti, riprodurre cose che erano state, o ritenevo tali, al principio di quello che oggi sono. Ma a queste ne aggiungevo altre i personaggi veri si univano ad altri, di fantasia, caricaturali e paradossali, nell’intento di divertire e di stappare un piccolo sorriso ad occhi già chiusi.
Andavo in un certo senso cristallizzando, me e quanto mi circondava, in quella che Mircea Eliade chiama la trasformazione dell’uomo in archetipo per opera delle ripetizione. La rievocazione mediante il racconto degli eventi e di personaggi, reali o di fantasia, a questo punto poco importa. La narrazione, sempre seguendo Eliade, ha una duplice funzione. Da un lato rende presenti questi fatti fondanti, dall’altro rielabora il passato, ed il presente stesso, proprio in virtù dei primi. La narrazione e l’autonarrazione mi consentivano, così, di situare questi fatti e personaggi fuori dalla storia. Questo consentiva di superare, a me e a chi mi ascoltava, la stringente quotidianità, fatta di piccoli e grandi problemi. Trasferivo me (e gli altri) in un tempo “straniero”, il tempo i cui gli archetipi tentavano di diventare miti per sottrarsi dal tempo presente e dalla morte. Attraverso il racconto tentavo di diventare io padre e di far diventare loro figli.
Sedimentare in categorie la fuggevole identità mediante l’autonarrazione. Trasformare in archetipo, in mito ciò che appare sfuggirci dietro le insidie dei meccanismi identitari. Essere consapevoli che il mito, una volta creato, non si distrugge, lo si può dimenticare, ma , fin quando la memoria resta viva, il mito è vitale ed efficace.
Una sfida ed una sofferenza, questa, per i contemporanei sempre più alle prese con le sabbie mobili della certezza del sé. Divenire l’archetipo di se stesso. Divenire un personaggio al fine di poter sopravvivere. Questo legame era, in fondo, ben chiaro in Pirandello quando questi, in Sei personaggi in cerca di autore, fa esclamare (con dignità, ma senza allegria, come tiene a precisare):
“Un personaggio, signore, può sempre domandare a un uomo chi è. Perché un personaggio ha veramente una vita sua, segnata di caratteri suoi, per cui è sempre ‘qualcuno’. Mentre un uomo – non dico lei, adesso – un uomo così in genere, può non essere ‘nessuno’.”
bibliografia minima:
Mircea Eliade, Aspects du mythe, Gallimard 1963
Mirce Eliade, Il mito dell’eterno ritorno, Borla 2007
Luigi Pirandello, Sei personaggi in cerca di autore, Mondadori 1990















