C'est en écrivant qu'on devient écriveron (Raymond Queneau)

C'est en écrivant qu'on devient écriveron (Raymond Queneau)
"C'est en écrivant qu'on devient écriveron" (Raymond Queneau)

mercoledì 4 dicembre 2013

IL KIT DELL'ESISTENZA

 
 
Ho finalmente deciso il regalo che mi farò per il prossimo Natale. L’ho trovato a poco prezzo navigando in internet. Ho deciso, inoltre, che non farò regali a nessuno, perché sono uno al quale non garba l’aspetto consumistico delle feste. Soprattutto quelle sacre.
Dunque ho deciso il regalo che mi comprerò sarà il Kit dell’Esistenza. Si tratta di una scatoletta grande poco più di quella delle scarpe. Ce ne sono di diversi colori, verdi, gialle, rosa pallido. Io ne ho presa una gialla, perché mi sembrava di un giallo abbastanza intenso e quindi in linea con l’esistenza che mi piacerebbe avere.
Il sito rassicurava i propri clienti che il pacco sarebbe stato recapitato in pochi giorni, con un corriere speciale, direttamente al proprio domicilio. Senza spese aggiuntive. Il pacchettino appare molto bello e sulla scatola c’è anche scritto, in lettere argentate, il mio nome per intero. Una vera sciccheria.
Proprio il regalo giusto per Natale. Da poter sfoggiare in bella mostra sotto l’albero insieme a qualche bottiglia di spumante, al torrone ed alle scatole di cioccolatini. Sono sicuro comunque che, sotto l’albero, ci saranno anche altri regali. Parenti ed amici che non si fanno tutti i miei problemi di morale e di economia.
Il giallo intenso e lucido della confezione luccicherà durante notte con le luci degli addobbi. Non vedo l’ora! Mi sento, anzi, un vero e proprio fortunato a possedere, per me e per me solo, questo favoloso Kit. Tutti me lo invidieranno e correranno anche loro , all’ultimo minuto, a comperarlo.
Detto questo, per oggi vi saluto, perché ho fretta e devo andare a vedere se il pacchetto è già arrivato.
Giusto, dimenticavo di dirvi il prezzo: pochi euro! Ciao a tutti!
Ma no, non si può! Ero già per le scale e mi sono ricordato un’altra informazione importantissima.
Molti di voi si chiederanno cosa c’è dentro questa scatola. Sono sicuro che tutti siete curiosi di sapere cosa contiene.
Va bene, mi avete convinto a svelarvi un segreto. In primo luogo, come è scritto nelle condizioni contrattuali, da accettare all’atto dell’acquisto e scritte in minuscoli caratteri, il contenuto dipende dal colore. Nelle note, in caratteri invisibili e che ho decifrato solo con l’aiuto di una lente d’ingrandimento, c’è scritto che il riempimento delle confezioni viene fatto in gran segreto direttamente in fabbrica. Nessuno dei dipendenti è autorizzato a svelarlo, pena il licenziamento. E su questo segreto, in nome della privacy, mi sono trovato assolutamente d’accordo. La parte sulla quale ho avuto qualche perplessità (tanto che non sono nemmeno riuscito a leggerla per intero, quanto era piccolo lo scritto) riguarda il fatto, almeno così mi sembra di aver capito, che questo contenuto è ignoto anche per chi acquista e si conoscerà solo al momento dell’apertura della scatola.
Nonostante queste avvertenze, ho avuto fiducia e ho ordinato lo stesso la scatola. Altrimenti rischiavo di restare senza. Ma da consumatore accorto mi sono informato bene.
Da alcune ricerche di mercato commissionate da una ditta concorrente, che produce Elisir di Felicità, risulterebbe ( e il condizionale ci sta tutto) che il 99% degli acquirenti del Kit dell’Esistenza non ha il coraggio di aprire il pacco acquistato, per il timore di aver sbagliato nella scelta del colore della scatola.
Infatti, secondo una nota ricerca commissionata da un'altra azienda che vende Fumo di Camini, se il colore della confezione di Kit dell'Esistenza acquistata non corrisponde a quello del misterioso contenuto, si sta fermi un turno e non si esiste più.

© 2013 Gianfranco Brevetto




martedì 3 dicembre 2013

PRESEPI




      Cicerenella teneva 'no gallo
Tutta la notte nce jeva a cavallo
   Essa nce jeva po' senza la sella
Chisto è lo gallo de Cicerenella


 
 

Sono nato a Napoli. Sono un napoletano. Non ho    mai pensato di essere di altre parti. Eppure, devo confessarlo, qualche tentazione mi è venuta. Ci ho provato alcune volte. Mi sono immaginato di diverse città. A volte di Praga, poi per due mesi ho pensato di essere di Siviglia e, per un intero anno, non riuscivo a togliermi da mente Tolosa. Ma non ne ho avuto mai il coraggio. Il coraggio di un passo definitivo.

C'è una particolarità che mi ha sempre convinto a non tagliare questo cordone. Si tratta di una precisa necessità proveniente dalle persone che hanno, o hanno avuto, contatti con me: io devo fare il napoletano. Indipendentemente di dove io voglia essere, io mi devo comportare da napoletano. Nonostante siano oramai quasi trent’anni che non ci abito in modo stabile. Ci ritorno. É vero. Ma, credetemi: non è la stessa cosa.

Dunque mi si chiede di essere napoletano, ed io li accontento. Anche se non ricordo bene cosa significhi essere o fare il napoletano. Lo faccio per compiacere e per ricordare a me stesso da dove provengo. Però non sono sicuro che quello da me rappresentato sia un vero e reale napoletano. Molto spesso mi ritrovo, come fanno anche molti napoletani originali, a recitarne la parodia.

Per essere sicuro di fare il napoletano dovrei riprendere contatti seri e duraturi con questa città. Anzi, per fare il me napoletano dovrei avere almeno un confronto. Per esempio, prendere un ipotetico altro me che in tutti questi anni non si sia mai mosso da quella città. Solo così potrei soddisfare che mi sta intorno e soddisfare, soprattutto, me stesso. Rappresentato e rappresentazione coinciderebbero.

Ma così non è. E, in tutti questi anni, ho sempre dovuto, in qualche modo, arrangiarmi. Per fare il napoletano o almeno esserlo credibilmente, mi sono ritrovato ad accentuare tutto quello che ritenevo fossero i caratteri di napoletanità in me presenti (o residui). Con risultati alterni. Anche perché spesso ho dovuto, mio malgrado, difendere quella che io ritenevo essere la napoletanità vera. A cominciare dalla pronuncia del dialetto, per proseguire fino alla consistenza della pasta della pizza, finendo alla preparazione del caffè.

Alla fine, però, mi ci sono abituato. E quando mi chiedono di farlo, lo faccio. Cerco d'immedesimarmi alla meglio nel mio ruolo. Anzi devo dire che, a volte, mi diverto. Infatti faccio passare per napoletani modi e caratteristiche che sono mie personali e che, i napoletani miei contemporanei, si guarderebbero bene dal fare propri.

Ma, a parte tutto questo inutile ragionamento (che a rigor di logica va comunque completato), devo dire che, essendo costretto a fare il napoletano, mi sono sovente confrontato con il presepe. In questo caso, ho interpretato al meglio le mie origini. Come un vero conoscitore. Ho infatti dimostrato infinita confidenzialità con i vari personaggi, con le possibili disposizioni della scena, fino ad immaginare me stesso come personaggio della rappresentazione natalizia. Non un personaggio principale, ma uno che arriva magari da fuori e si trova di fronte quel pò pò di situazione. Avrei sicuranente voluto far parte di quel gruppo di mori introdotti nel presepio napoletano proprio a seguito delle influenze dell'orientalismo. Inutile dire che non mi sarebbe piaciuto avere le mie sembianze attuali, da napoletano apparente, ma quelle di un moro reale.

Sono sicuro che anche lì, nell'atmosfera sacra e stagionale del presepe, qualcuno mi avrebbe chiesto di essere qualcun altro. Magari un re magio, un pastorello, un angelo con la scritta in latino. Vi devo confessare, però, che questa volta mi   opporrei. Se proprio non potessi fare la parte del moro col turbante, opterei, considerata l'eccezionalità della situazione e senza indugio alcuno, per quella di un napoletano. E poi, con rispetto parlando, non sono nato a Betlemme.





© 2013 Gianfranco Brevetto


mercoledì 27 novembre 2013

Quando io sono su, lei è giù!

 
 
 
 

L'idea che sottende questo racconto è una follia. Non potrebbe essere altrimenti. Anzi, da subito, confesso che ne trovo sconveniente la lettura e la sconsiglio.
Soprattutto per chi non ha mai messo le dita nel naso e per quelli che hanno una dizione impeccabile. Figurarsi poi se possono leggerla quelli che lavano la macchina il sabato o quelli dalla memoria infallibile.
Per leggere questo racconto occorre essere imperfetti. Qualora non vi trovaste in questa condizione favorevole, astenetevi dal continuare.
Per quanto folle, l'idea è però semplice ed elementare. Ovvia. Quindi l'accennerò appena, per timore di offendere i lettori.
Eccola: Se si viaggia ad altezze differenti, non ci s'incontra!
Qualcuno penserà subito ad altezze morali, culturali, di ceto e di censo. Non è così. Cancellate dalla vostra mente questa idea. Se non riuscite a farlo, anche in questo caso, non continuate a leggere.
Superata questa ulteriore difficoltà devo confessare, in tutta sincerità, che è mia pretesa e convincimento riuscire a dimostrare che gli uomini non sono disposti su di un piano orizzontale, ma si spostano liberamente in alto e in basso.
A questo punto sono io a chiedervi di non proseguire. Lasciate a me solo questa idea e la motivazione per cui essa è divenuta un solido convincimento personale.
Come? Siete ancora qui?
Allora andiamo avanti.
Ho un'amica cara, Ada, con la quale non riusciamo ad incontrarci mai. Siamo amici da anni, parliamo spesso e con piacere, ci confidiamo, ci aiutiamo nei momenti difficili. A questa apparente relazione normale si devono, però, aggiungere alcuni piccoli particolari. Forse del tutto ininfluenti per i più.
Non siamo mai andati a cena insieme, non abbiamo mai fatto una passeggiata affiancati. Non ci siamo mai guardati negli occhi, mai abbracciati. Baciarsi, poi, non è nemmeno pensabile.
Questa donna, infatti, non l'ho mai vista. Non perché non esista. Anzi, di questo ne sono sicuro. Ciò che realmente m'impedisce d'incontrarla è che lei è su ed invece io sono giù. E quando io sono su lei è giù. Cioè, noi non c'incontriamo perché io mi trovo ad un'altezza che non combacia mai con quella in cui si trova lei.
Infatti quando la chiamo o lei mi chiama al telefono, io le chiedo: Ada dove sei? E lei mi dice: Su.
In quell'istante io alzo gli occhi al cielo e sono sicuro che anche lei, in quello stesso istante, guarda in basso.
Ma niente da fare. Vediamo solo un piccolo puntino in lontananza e, se prendo un cannocchiale potente, riesco a vedere anche una manina lontana che mi fa ciao ciao.
La cosa più strana è che io, come lei, riusciamo a vedere altra gente che però, spesso, non è quella che c'interessa. State certi: Tutta questa grande confusione di spazi non è una cattiveria. Le disposizioni sono causali e questo ha i suoi pregi e i suoi difetti.
Per esempio c'è un paese strano in cui parte degli abitanti sono su e parte giù (per il sindaco fanno a turno), lo stesso accade per intere famiglie, per giocatori di briscola, per amanti, per padri e figli, madri e nonne. Insomma, e vi prego di crederci, è come se si fosse su di un'enorme parete, attaccati come dei quadri.
I primi tempi, molti si meravigliavano di questa situazione, poi , come me e Ada, ci abbiamo fatto l'abitudine. Adesso, ci chiediamo dove sei solo per un'assurda curiosità.
-Dove sei ?
- Giù! E io? Indovina?
- Su
- Ma ieri eri su!
- Ma solo per un attimo te lo assicuro! E tu cosa facevi giù?
- Niente mi sono svegliato qui!
Vi devo fare un'ultima confessione.
Io e Ada, però, segretamente nutriamo una speranza: vedendo l'andazzo che c'è in giro, siamo quasi sicuri che, prima o poi, un errore del destino ci farà incontrare.

© 2013 Gianfranco Brevetto
 
 
 
 
 


domenica 24 novembre 2013

L'INNOMINABILE


 
 




                                                  ......dedicato ad un'amica il cui nome finisce per "a".
 

Tra i tanti dubbi della sua vita, Clementina quella volta sembrava non aver avuto alcuna esitazione.
Alla voce "situazione sentimentale" di facebook aveva indicato: relazione complicata. La cosa le era sembrata naturale come scrivere il suo nome. Di una cosa era stata  da sempre sicura: lei era un persona complicata e, di conseguenza, complicate dovevano essere tutte le cose che faceva. Quindi anche le sue relazioni sentimentali. Anzi, con l’andare del tempo, di quel definirsi complicata ne era divenuta fiera, guai a chi osava metterlo in dubbio.
Tutte le volte che Clementina aveva cercato di capirci qualcosa, si era trovata di fronte a garbugli tali che le avevano fatto pensare che, la sua complicazione, era un dato di fatto.
"Ecco. Sono fatta così! Quindi è inutile che mi capisca o che mi si  cerchi di capire. Sono complicata! E non è mica colpa mia. Complicati si nasce, non so se sia un privilegio o una dannazione. Non riesco a darmi una risposta: è una risposta  complicata!"
Anzi, col passare del tempo, riteneva che le situazioni più semplici, o a prima vista semplificabili, non facessero per lei. Le apparivano dubbie, infide. Per questo motivo,  si era accompagnata da sempre con persone che, in apparenza, le parevano complicate, così, almeno, avrebbero avuto con lei dei punti in comune. 
E a persone complicate, si addiceva bene anche una relazione complicata.
Neanche a dirlo, Clementina aveva una vita complicata. Lavori complicati, svaghi complicati, leggeva solo libri che riteneva complicati.  
La complicazione del suo tempo esige qualche rigo a parte.
Le giornate di Clementina non erano mai come quelle degli altri. Le sembrava che questi benedetti altri, trascorressero  giorni sereni e lineari, nei quali, di tanto in tanto, poteva succedere qualcosa di poco conto.
I giorni di Clementina, invece, erano eccezionalmente complicati, tanto che anche lei faceva fatica ad organizzarli. Dal mattino fino a sera, le sue ore erano di una complessità imparagonabile. 
A volte non le restava altro che attendere che trascorressero, tanto queste divenivano fitte ed imperscrutabili.
Neanche a dirlo, aveva un’agenda complicata. Anzi ne possedeva più di una, con l’intento di semplificare alcuni orari che non si sarebbero mai incastrati tra di loro.
Ma di tutta questa complicazione, in fin dei conti, Clementina era contenta. Le serviva per spiegarsi tante cose e un po' la utilizzava come alibi. Se le cose erano talmente complicate e complesse, lei si sentiva autorizzata a rifiutarle, a sopportarle a malapena, a infastidirsene.
Marcotullio, il fidanzato di Clementina in questa relazione complicata, non si sentiva, a volte, sufficientemente complicato e, quasi quasi, voleva dire a Clementina di non sentirsi all'altezza di tante complicazioni.  Queste, poi, si andavano a sommare ad altre complicazioni. Ad esempio, le sue. 
A dir la verità, ma proprio a dirla tutta, lui si sentiva attratto da Clementina. Le piaceva tantissimo suo nome, i suoi capelli lunghi e tormentati, il suo sorriso e la sua voce. Anche se tutto appariva complicato, lui voleva solo dire a Clementina che provava per lei un certo sentimento.  Ma questo sentimento non si poteva nominare: avrebbe complicato le cose. Comunque, Marcotullio pensava che, anche se non si nominava, quel sentimento sempre tale e quale rimaneva. Ne aveva parlato più volte a Clementina, ma lei aveva detto che, tutto questo discorso, le appariva oltremodo complicato.
Un giorno, Marcotullio era seduto, fianco a fianco a Clementina, su di un treno sul quale erano saliti per fare una cosa complicatissima, e che adesso non vi sto a spiegare. Guardandola si accorse che, da quando anni addietro si erano conosciuti , non l'aveva mai baciata. E questo, neanche a dirlo, per evitare complicazioni.
Ma quella volta, si fece coraggio. Si avvicinò e appoggiò le sue labbra su quelle di Clementina. Semplicemente. Durò un attimo, poi tornarono alle loro esistenze complicate. Ma chi scrive è sicuro che, in quell'attimo, pensarono entrambi a quel sentimento innominabile.
E, siccome nominarlo sembrava la cosa più semplice da fare, evitarono di farlo.
 
 

            © 2013 Gianfranco Brevetto



 
 
 


venerdì 22 novembre 2013

CANNIBALI !


Renato è un vegetariano convinto, quindi, sul momento non fece caso a quella che poteva sembrare una battuta innocente.

–Posso assaggiare il suo dito?

La richiesta proveniva, addolcita con una vocina minuta e serena, da una signora che le si era accostata alla fermata del bus.

- Posso assaggiarne almeno un pezzetto? Insistette quella donna minuta anche nell’aspetto.

Renato sorrise. La guardò e poi tornò a scrutare in lontananza, in attesa d’intravedere da lontano il 22 barrato.

- Mi scusi signore, sia gentile, mi farebbe assaggiare anche solo una falange del suo dito?

Renato guardò di nuovo la signora e finse di stare al gioco.

- Le assicuro che la mia falange non è un granché. Provi da quel giovanotto lì di fronte, lui è più giovane.

- No, io vorrei assaggiare proprio la sua! Sono un’intenditrice e le assicuro che il suo dito è un vera prelibatezza.

- Ma su signora, non mi faccia ridere. Ecco sta arrivando il bus. La saluto.

- Io non voglio far ridere proprio nessuno e, con le buone o con le cattive maniere, io mangerò il suo dito!

- La prego signora, non insista, devo prendere il bus. E poi, perché dovrei cederle il mio dito?

- Guardi che mi basta solo una falange…

- Sì, appunto, perché dovrei permetterle di mangiare la mia falange?

- Perche sono un cannibale!

Renato si scostò di qualche passo. E con due balzi improvvisi salì su un bus che stava, proprio in quel momento, richiudendo le porte. Non era il 22 barrato. Ma chi se ne importa, sarebbe sceso alla fermata successiva. Mentre cercava di dimenticare al più presto quella buffa signora, un ometto sulla sessantina si accostò a lui e fingendo di dover scendere, gli sussurrò all’orecchio:

- Non può immaginare come gradirei mangiare almeno l’alluce del suo piede destro.

Renato fece appena in tempo a voltarsi che quell’ometto era già sparito.

Renato scese alla prima fermata, ripromettendosi di salire sul 22 barrato che seguiva nella  fila indiana nel traffico cittadino.

- Ha visto quanti ce ne sono? Gli disse un signore dal cappotto viola.

- Di cosa? Rispose frettolosamente.

- Di cannibali! Oggi è davvero impossibile andare in giro!

- Ma io non ci credo.  Si tratta di uno scherzo.

- No guardi che è proprio così, le consiglio di prestare attenzione.

- Va bene, stia tranquillo, starò attento.

Renato cercava di allontanarsi frettolosamente quando, quello stesso signore, gli si avvicinò. A guardarlo bene, aveva un volto diverso da tutte quelle strane persone incontrate nella baraonda cittadina. Mostrava un interesse, quasi morboso per lui. Renato, questa volta, invece di sentirsi infastidito era come attratto, affascinato.

- Non stia a sentire quei cannibali da poco conto, di mi disse a voce bassa.

- E perché dovrei?

- Mi ascolti, la conosce la storia del dottor Faust?

- Certo! Ma quello non era un cannibale era un demone.

- Io non sono né l’uno né l’altro.

- Bene, mi fa piacere, ma adesso ho altro da fare.

- Fermo, Io potrei essere uno come lei.

- Certamente , adesso però…

- Anzi, sono sicuramente come tanti suoi contemporanei

- Bravo! Io vado…

- A me non interessa la sua anima..

- Ammesso che io la abbia … Ma insomma, cosa vuole da me?

- Ecco, le lascio una piccola lista. In fondo c’è il mio indirizzo, la attendo!

Renato mise in tasca quel foglietto frettolosamente. Lo conservò.

La sera, rientrato a casa, si avvicinò alla finestra. Nell’ultimo chiarore del giorno lesse:

“ I tempi cambiano (e poi, chi ha detto che i tempi siano mai esistiti?) Lei, come altri, possiede alcune cose, del tutto irrilevanti, che non le servono più a nulla. Molto probabilmente alcuni miei, e suoi, simili gliele hanno già sottratte. La prego dunque di consegnarmi quel che le resta del coraggio, del senso che attribuiva alle cose, della voglia di vivere, dei sentimenti, della dignità.

Cordialmente.”

Renato ripiegò il biglietto. Fissò le strade che si svuotavano rapidamente. Aveva voglia di piangere. Ma, anche quella volta, non riuscì a farlo.

 

 © 2013 Gianfranco Brevetto

 

 

 



 

 



giovedì 14 novembre 2013

Albert Camus, l’ extraordinaire étranger .


Albert Camus, nonostante siano trascorsi più di cinquant’anni dalla morte, continua ad essere tra gli autori più citati. Frasi, singoli periodi, tratti variamente dai suoi scritti, fanno bella mostra nelle epigrafi di numerosi testi. Una nota che fa riferimento a lui, è sempre un elemento in più per la nobilitazione di uno scritto. Non mancano, inoltre, frequenti apparizioni di sue citazioni sui social network dove, come capita per altri autori, più o meno famosi, le frasi autentiche mi mescolano a una congerie di pseudocitazioni e falsi palesi.
La presenza in rete, da una parte, è certamente un segno di popolarità, di apprezzamento, per i suoi scritti. Ma per lui, come per altri autori, si ripete, questa comporta una conoscenza parziale e selettiva delle sue opere, una parcellizzazione e polverizzazione, con rischi di decontestalizzaizoni e frantendimenti. È vero, questa è una problematica che non riguarda solo Camus e che fa parte di quel complesso rapporto tra letteratura e media, in particolare con i social network. Essa vedrà i suoi effetti palesarsi solo nei prossimi anni, quando si valuteranno, le conseguenti le scelte degli autori, degli utenti delle rete e dell’editoria. Oggi noi possiamo solo segnalare, a livello di semplici indicazioni, la necessità di leggere con attenzione questi futuri sviluppi.
Nel 1953 Roland Barthes pubblicò un saggio, considerato per certi versi, uno degli scritti fondamentali di questo autore. Ci riferiamo a Le degré zèro de l’écriture. In questo scritto Barthes, teorizza una letteratura liberata dal linguaggio letterario. Barthes ha in mente una scrittura atonale, trasparente, piatta, Una scrittura a-letteraria, in cui tutte le caratteristiche sociali e tecniche del linguaggio scompaiano per cedere il posto ad uno stato neutro o inerte della forma.
Barthes chiama questo tipo di scrittura écriture blanche, traducibile come scrittura minima, neutra, con la quale appunto lo scrittore riesce a sganciarsi dalle gabbie stilistiche, per concentrarsi ed annodarsi ai contenuti.
Nella posizione di Barthes si riscontrano anche alcune problematiche proprie della lingua francese che, come quella italiana, si prestano a costruzioni stilistiche al limite del barocchismo fine a se stesso. Per Barthes il modo per eccellenza de l’écriture blanche è l’indicativo. Il discorso si riduce ad espressioni di estrema semplicità e naturalezza diretta..
Barthes vede ne Lo Straniero di Camus, soprattutto nel primo capitolo, l’opera inaugurale de l’écriture blanche e, più in generale del nouveau roman. La voce di Camus diventa quindi, per Roland Barthes, l’emblema di una corrente letteraria che si svilupperà in Francia, e non solo, a partire dagli anni ’50. Ad essa fanno sicuramente riferimento anche Mauriche Blanchot, Jean Cayrol, o anche scrittori che l’hanno preceduto, e ci riferiamo in particolare ad Emmanuel Bove. In tempi recenti è opinione comune che si possa ritrovare l’écriture blanche in altri autori d’oltralpe come Patrick Modiano.
Siamo con Camus ad un ritorno all’origini. Ne Lo Straniero vi è un “io assente a se stesso, ai suoi propri affetti, una coscienza dissociata dell’identità sociale”. Il che non significa indifferenza, mancanza di partecipazione. Non era questa certamente l’intenzione di Albert Camus. Lo spogliarsi, il denudarsi, è, in primo luogo, l’atto di umanità per eccellenza, è quel solidarie-solitaire proprio di un’esistenza scevra da ogni legame inutile e ridondante. Nella vita come nella letteratura.
Come nella poesia l’étranger di Baudelaire, apparentemente Camus si rivolge altrove, più lontano, più in là. Oltre:
 
- Qui aimes-tu le mieux, homme énigmatique, dis ?
ton père, ta mère, ta soeur ou ton frère ?
- Je n'ai ni père, ni mère, ni soeur, ni frère.
- Tes amis ?
- Vous vous servez là d'une parole dont le sens m'est
resté jusqu'à ce jour inconnu.
- Ta patrie ?
- J'ignore sous quelle latitude elle est située.
- La beauté ?
- Je l'aimerais volontiers, déesse et immortelle.
- L'or ?
- Je le hais comme vous haïssez Dieu.
- Eh ! qu'aimes-tu donc, extraordinaire étranger ?
- J'aime les nuages... les nuages qui passent... là-bas...
là-bas... les merveilleux nuages !
 
Camus ci ha lasciato delle indicazioni sulle sue scelte tecniche. Nella sua ultima intervista, nel dicembre del 1959, quando si riferisce al suo racconto La Chute e al possibile rapporto col nouveau roman. Ne La Chute, Camus volutamente utilizza tecniche, per alcuni versi, proprie del teatro. E' lui stesso a chiarire che il suo lavoro di scrittore consiste nell’adattare la forma al soggetto.
Adattamento non è scomparsa come diceva Barthes. In Camus è comunque centrale la questione del problema stilistico separato ed a servizio della letteratura. Come è chiaro in lui la necessità di tener distinta la vita dalla letteratura: “Io non voglio che la mia vita materiale dipenda dai miei libri, così che i miei libri non dipendano da quella.”
Ne extraordinaire étranger, Camus compie una precisa scelta che lo porta ad utilizzare quella particolare forma che sarebbe divenuta, per Barthes, l’écriture blanche per antonomasia. L’estraneità da se stesso, non può che esprimersi con il minimo stilistico e letterario. La paratassi, la litote, la scomparsa del personaggio.
 
 
© 2013 Gianfranco Brevetto




mercoledì 6 novembre 2013

L'écriture zéro - Cento anni dalla nascita di Albert Camus


 
 
Non è un caso se la vita di uno dei più grandi scrittori del novecento, Albert Camus,  si può leggere come un palindromo. Forse anche lui avrebbe voluto così.  Sembra infatti possibile raccontare gli avvenimenti dei suoi 47 anni, muovendosi, indifferentemente, da un capo o dall'altro della sua intensa esistenza. Per esempio, iniziando dalla tragica morte avvenuta nel gennaio del 1960. Un incidente sulla strada che lo conduceva da Lourmarin a Parigi. Sarebbe dovuto rientrare in treno, si era però convinto ad accettare un passaggio dal suo amico-editore Gallimard.

“Troppo giovane” avrebbe esclamato la madre, quando le comunicarono la notizia.

Oppure si potrebbe si potrebbe raccontare il tutto partendo dall’infanzia algerina. Come ha fatto lui stesso nel suo libro uscito postumo Il Primo Uomo. Il  manoscritto era nella sua borsa al momento della morte. Una circostanza che suggella e tiene insieme i due estremi di questo possibile palindromo biografico.

Ricordo perfettamente la prima volta che io lessi Lo Straniero. Ne ricordo il luogo e l’ora. Avevo ventiquattro anni.

Avevo già incrociato, come autore s’intende, Camus alle scuole superiori. L’antologia che ci facevano usare era suddivisa in quattro volumi, uno era quello della letteratura straniera. Ma sapevamo, dall'inizio, che difficilmente sarebbe stato usato. Non ci si arrivava, al massimo si leggeva Pirandello frettolosamente, a fine maggio. Così che, tutti concentrati sugli autori italiani, la letteratura straniera diventava una sorta di promemoria, un indice di autori da approfondire in un altro luogo ed in un altro momento. Erano quelli gli anni di piombo della nostra Repubblica.

Ero ora in quell’altro momento, in quell’altro luogo. La sera de Lo Straniero ero a letto, una brandina utilizzata per cedere il posto a ospiti di passaggio. La luce fioca tenuta volontariamente bassa, paura di disturbare.

“Aujourd’hui, maman est morte. Ou peut-être hier, je ne sais pas. J’ai reçu un télégramme de l’asile : « Mère décédée. Enterrement demain. Sentiments distingués.» Cela ne veut rien dire. C’était peut-être hier."

Oggi, forse ieri, funerali domani, forse era ieri. La successione logica, l’ordine degli eventi è accompagnato dall’avverbio forse. Una parte dell’incipit, poi, coincide con la scarna scrittura di un telegramma.

Il tema dello sfasamento temporale, ritorna ne  Il Primo Uomo, Il protagonista Jacques Cormery, che è lo stesso Camus. Jacques parte alla ricerca del padre deceduto nella Grande Guerra. Si ritrova nel cimitero militare di Saint-Brieuc, nel nord della Francia. Qui Jacques-Albert si fa indicare dal guardiano la tomba del padre  e scopre qualcosa che non gli era mai apparsa chiaramente prima:

“Una volta lette le date della nascita e della morte 1885-1914 fece un rapido calcolo: ventinove anni. Subito un’idea lo impressionò fino a scuoterlo nel profondo. Lui ne aveva quaranta. L’uomo sepolto sotto la pietra, e che era stato suo padre, era più giovane di lui. E il fiotto di tenerezza e di pietà, che di colpo gli riempì il cuore, non era il sentimento che porta il figlio verso il padre scomparso, ma la compassione confusa di un uomo  davanti a un bambino ingiustamente assassinato. Qualcosa non quadrava  nell’ordine naturale della cose e, a dire il vero, non c’era ordine ma solamente follia e caos là dove il figlio era più vecchio del padre.”

Il racconto delle radici so mescola con quello di un immenso oblio, di un recupero postumo di una memoria. Jacques diventa  il primo uomo. Senza eredità. Tra lui ed il passato c’è una frattura, non solo temporale. Un vuoto. In questa assenza deve costruire, o meglio ricostruire,  il senso della sua esistenza. Ben sapendo che per questo recupero non si può più avvalere delle cronologie , della biografie, della storia e delle storie, della progressione ordinale degli eventi.

La normalità può confondersi, e spesso lo fa, con l’assurdo. Che è là ad aspettare, come dice Camus, all’angolo di qualsiasi strada.

Camus è stato, e per certi versi lo è ancora, un personaggio scomodo, schivo, ossessionato negli ultimi anni dall’idea della felicità. L’infanzia dei quartieri poveri algerini, il successivo trasferimento in Francia all’inizio degli anni ’40, la frequentazione degli ambienti letterari ed artistici, il premio Nobel. Sono solo alcune tappe.

Lo Straniero è datato 1942, uscito  a poca distanza da Il mito di Sisifo. Queste due opere, insieme a Caligola e a Il Malinteso, costituiranno il cosiddetto ciclo dell’assurdo. L’assurdo per  Camus è la stessa separazione dell’uomo dal mondo, una sensibilità più che una questione filosofica. “Non voglio mentire – scriveva Camus - , nè che mi si menta, voglio portare la lucidità fino alla fine.” Il mentire è separarsi dal mondo. “È nella misura in cui io mi separo dal mondo che ho paura della morte.”

L’assurdo è appunto nella separazione tra bisogni ideali e vita reale. In questo divorzio il vivere non appare né razionale né familiare. Si tratta di un divorzio perché l’assurdo non nasce dalla comparazione tra elementi ma dal loro confronto. L’uomo si trova denudato di fronte a questa assurdità, ma con essa deve convivere. É l’unico senso che può dare alla propria esistenza.
 
© 2013 Gianfranco Brevetto

martedì 29 ottobre 2013

GELATI!

Quest’anno mi ha preso così! Non so il perché o quando la cosa abbia avuto inizio. A volte capita, mi dico, avere dei periodi in cui prende una fissa. Un’abitudine strana o inusuale, della quale  non posso fare a meno. Poi passa.
Di solito faccio altro. Cammino sulla pavimentazione stradale stando attendo a non mettere il piede sulle fughe, apro la porta sempre con la mano destra, entro in acqua esclusivamente col piede sinistro, conto fino a dodici prima di aprire gli occhi ogni mattina.
Dicevo, la mia compulsione attuale è di ritrovarmi tutti i giorni a saltare il pasto per andare, sempre nel solito posto, ad acquistare una coppetta di gelato allo yogurt. Da tre euro. Prenderei anche quella da due. Mi sembra, però, un po’ ristretta per poter competere col pranzo.
Per risultare imprevedibile, nella mia prevedibile ossessione momentanea, ci vado ad orari diversi. Dall’altra parte del bancone incontro sempre una coppia, che si alterna. Non ho capito bene se negli orari o nei giorni. Non so se si tratti di marito e moglie.
Per mesi mi sono limitato ad entrare e chiedere la solita coppetta da tre euro di solo yogurt. Lui o lei, mi guardavano come se mi vedessero per la prima volta. Questo è andato avanti per diverso tempo, diciamo un paio di mesi.
L’altro giorno sono entrato nella gelateria e il giovanotto, senza dirmi buon giorno perché da queste parti è così, mi ha chiesto:
- Il solito cono al cioccolato?
Sono rimasto qualche secondo senza parlare, indeciso se assecondarlo, poi ho preso coraggio e gli ho detto:
- No, vorrei una coppetta da tre euro al gusto yogurt.
- Mi scusi,  la confondevo con un altro signore che le somiglia.
- E questo signore viene ogni giorno?
- Si, come fa lei.
- Da tanto?
- Più o meno da quando viene lei.
Adesso cominciavo a spiegarmi il fatto che non mi riconoscessero, e cominciavo anche a giustificarli. C’era, quindi, un'altra persona che loro confondevano con me e, nell’incertezza, evitavano di pronunciarsi.
Mangiai  tranquillamente il mio gelato.
Poi mi assalirono due dubbi che conservo, nonostante sia passato del tempo, contrariato e senza potermi dar pace:
Primo. Se il giovanotto si è sbagliato solo perché io somiglio al signore del cioccolato più di quanto quest’ultimo somigli a me. Non solo, quindi, ho  un sosia, ma questi è più originale di me. Io appaio, a questo punto, solo una riproduzione di altri, con i quali ci si può confondere.
Secondo. E questo, a mente fredda, mi apparve il più grave. Questo signore, a cui io tanto somiglio, mangia gelati al cioccolato. Come è possibile? Avrei accettato anche di essere un sosia, ma non riuscivo a pensare ad una persona, che gli altri credevano me, mentre volgarmente leccava il suo cono al cioccolato.
Anche l’identità più incerta, in fondo, ha una sua dignità. A tutto c’è un limite.
Gianfranco Brevetto 2013 (diritti riservati)

sabato 19 ottobre 2013

RELAZIONI SOVRAFFOLLATE



 
 

Alcuni anni or sono,  ebbi l’onore d’intervenire nel corso di un importante consesso scientifico dedicato alla spinosa questione del perché solo la confettura d’arancia potesse fregiarsi dell’appellativo di marmellata.

In verità, l’invito che ricevetti qualche giorno prima, recitava in modo diverso. Si parlava di anomia speculare - questione altrettanto spinosa quanto inusuale - e sulla quale avevo cercato di prendere appunti per cercare d'intervenire in modo degno.

Ebbi la sensazione, lo confesso, che avessero confuso il mio nome con quello di qualche altro luminare dedito all’argomento agroalimentare. Non mi persi d’animo e quel giorno me ne stavo seduto al tavolo dei relatori, insieme ad altri sconosciuti. Tutti con una bella targhetta davanti con il nome scritto sopra.

Allora ero giovane e non potevo prevederne le conseguenze, ma il mio intervento fu, ora posso confessarlo, tra l’anomia del fiore d’arancio e la marmellata allo specchio.

Insomma, approfittando di un pubblico distratto, me la cavai agevolmente meritando anche qualche stentato applauso finale. Tanto quello, in certe occasioni, non si nega a nessuno.

Verso la fine dell’evento, che durò, compreso la pausa per il rinfresco, circa tre ore, me ne stavo seduto, guardando il pubblico numeroso e felicitandomi per lo scampato pericolo. Ce l’avevo fatta, ancora una volta, ad intervenire su questioni nelle quali mi ritenevo un perfetto ignorante e che mi lasciavano nella più completa indifferenza.

Quando sembrava che il tutto stesse terminando, si alzò un ragazzo di circa una ventina d’anni che, indicandomi col dito, mi chiese:

- L’ho ascoltata molto attentamente e devo dire che il suo ragionamento mi ha particolarmente toccato, In proposito vorrei chiederle: secondo lei qual è il numero perfetto per formare una coppia?

Sentivo lo sguardo di tutti sopra di me, io finsi di appuntarmi la domanda del ragazzo, su di un foglio che avevo lì d’innanzi. Guardai due volte il soffitto e mi schiarì la voce.

- Gentile amico, se le dovessi rispondere con la stessa logica che contraddistingue questo incontro, le direi che di coppie ce ne sono solo con due persone. Ma, guardandomi intorno, le posso dire che al giorno d’oggi, la coppia ideale non può fare a meno di corredarsi di una coppia di amanti, che sia speculare alla coppia stessa. Un duplicato che li rappresenta. Che fa le loro veci. Perché, caro giovanotto, l’assenza di regole – dissi scrutando i miei appunti – non esiste, ma produce altre regole. La gente dice di amarsi, ma si ama tramite l’amante, che è un sostantivo ed anche un participio presente. E se è presente vuol dire che compie l’atto, che c’è e non può mancare. Mi dica una cosa. Come chiamiamo la persona che amiamo…il mio…

-         Il mio amato!

-         Appunto, participio passato!

Gli applausi partirono spontaneamente.

Da quel giorno, la gente ebbe chiara in mente anche la questione della marmellata e della confettura.

 

© 2013 Gianfranco Brevetto


giovedì 10 ottobre 2013

IL GIORNO IN CUI LA MIA SCARPA COMINCIO' A SCRICCHIOLARE




Non ricordo tante cose di me. Né desidero farlo. Non ho agende e consulto il calendario solo quando è necessario. Diffido delle persone che prendono impegni da qui a qualche mese. Quei pochi appuntamenti che ho li ricordo a mente, e quelli che non ricordo e come se non fossero mai esistiti. L’averli dimenticati è indice della loro importanza.

Ma di tutte le date importanti, compleanni, ricorrenze, celebrazioni, ricordo solo un giorno, uno in particolare. Per quanto possa sembrare strano, è solo quel giorno che mi ha colpito, che ho ritenuto importante non perdere di vista. Dicevo, non mi era mai successo, i giorni belli o brutti ritenevo che facessero parte del passato, verso il quale, per scelta personale, non mi sono mai voltato.

Tempo prima avevo comprato al mercato delle scarpe. Alcuni oggetti ci ispirano simpatia da subito, quasi ci fossero appartenuti da sempre a noi e mai vorremmo lasciarli. Mentre per altri è diverso. Li sentiamo estranei. Anche se belli li abbandoniamo, con una scusa qualsiasi, da qualche parte. Ripromettendoci, sempre, di riprenderli in secondo momento. Ma, questo è il mistero, anche se l’istinto ce lo consiglia, non li buttiamo via mai.

Di quelle scarpe mi ero innamorato a prima vista. Mi piacevano. Le avevo da subito indossate ed erano divenute le mie preferite. Anzi ne avevo anche scoperto qualità impreviste, sulle quali non mi dilungo. Insomma tutto trascorreva per il meglio, ed anzi continuamente le controllavo temendo, con orrore, di scoprire qualche cedimento nella suola o nella tomaia. Ma, quelle scarpe, sembravano possedere una resistenza fuori del normale.

Improvvisamente il 28 ottobre alle ore 15,15, nell’atto di rientrare in casa, mi sembrò che la suola della scarpa sinistra, nell’istante di toccare il pavimento, una volta superata la soglia, emettesse come un piccolo cigolio, più che un cigolio una sorta di stridio, come un criiiii. La cosa mi sembrò impossibile. Continuai a camminare in casa e quel criii  piano piano divenne un cre cre, poi un cra e quindi cre cra. Al passo felpato del destro corrispondeva il cre cra del sinistro. Mi fermai, respirai profondamente. Detti la colpa al pavimento, quindi tornai in strada dove il cre cra persisteva attutito dai rumori di fondo.

Camminai a lungo, ma non riuscivo a distogliere il pensiero da rumore della suola, cre cra, cre cra, cre cra… Allora entrai in un bar per ordinare un caffè, cre cra cre cra.. Telefonai ad un amico, cre cra cre cra cre cra… Tornai a casa, mi tolsi le scarpe e guardai a lungo la suola ancora perfetta. M’infilai delle antipaticissime pantofole, in un’odiosa padella mi riscaldai la cena. La mangiai con una coppia di posate che mi avevano regalato e che avevo, più volte, pensato di lasciar andare nell’immondizia  alla prima occasione. Mi addormentai in quelle lenzuola color rosa pallido: ci avevo dormito con una donna insopportabile che, fortunatamente, non avevo più rivisto.

Era il 28 ottobre alle ore 23,00.

Prima di addormentarmi, ripensai alle mie scarpe. Quelle amate, senza bisogno di contare il tempo.

Mi avevano reso felice in un mondo imperfetto.

Comprai un’agenda. A malincuore.

 

© 2013 Gianfranco Brevetto

martedì 1 ottobre 2013

UNA DONNA PERFETTA


I
Sembrava una ragazzina sveglia. E lo era. A scuola tutto bene, genitori e maestri entusiasti. Ottimi voti, palestra due volte a settimana. Lezioni di pianoforte con la maestra Ada, postura irreprensibile, schiena dritta e mani poggiate con leggerezza sulla tastiera.
Alla mamma non restava che farsene un continuo vanto : “Mia figlia, una ragazza d’oro, un vero gioiello”, si figuri che sono andata a sentire il saggio di pianoforte. Mi sono seduta in prima fila, proprio davanti a lei. Mi sono commossa. Ah, la mia piccola una vera donnina, mi aiuta in casa come se fosse già un’adulta. Beato l’uomo che la sposerà".
Ma le lodi non venivano solo dalla madre, c’era anche la nonna, anzi tutti e quattro i nonni perché, per essere perfetti, non ne deve essere morto nemmeno uno. Il papà  parlava poco di lei, si scherniva e andava in un brodo di giuggiole al solo pensiero .
II
Insomma erano tutti contenti . Anche lei era contenta, ma non di lei. Era contenta perché vedeva tutti contenti e quindi credeva che la vita fosse fatta così. Una vita contenta tra i contenti, nel massimo ordine. A casa nulla era fuori posti, c’era un posto a tutto. La famiglia viveva in un sano ordine naturale. Per esempio, quando indossavano qualsiasi vestito, camicia, giacca, questi non apparivano mai sgualciti, anche a fine giornata. Ad agosto, il caldo non esisteva per loro. Una magrezza sobria e innaturale li proteggeva.
Perfetti. Tutti. In ogni occasione. Inutile dire che anche le acconciature erano perfette e, madre e figlia, non usavano mai truccarsi: erano magicamente deliziose anche al risveglio.
E tutto sarebbe andato nel  migliore dei modi, secondo il manuale dell’esistenza prevedibile e perfetta , se non fosse stato per un neo. Un piccolo neo. Ma in verità lei non sapeva se si trattasse di un neo o di una piccola voglia. Dell’esistenza di questo neo, lei era l’unica a conoscenza. Chiariamo subito che di nèi ne aveva, ma tutti erano distribuiti armonicamente sul suo corpo, tranne quello. Aveva osato posarsi sul lato interno dell’alluce e, anche se normalmente riparato tra le due dita del piede, pareva mostrarsi nei momenti meno opportuni. Per esempio, all’atto di provare un sandalo nuovo.
III
La ragazzina, se pur irreprensibilmente, appariva infastidita da questa insolita macchiolina. Preferiva dunque non mostrare mai i suoi piedini armoniosi e dalle forme delicate. In spiaggia, ad esempio, li teneva sempre leggermente nascosti nella sabbia.
Con l’andare degli anni, il pensiero del neo, di quella imperfezione, aveva finito per tormentarla. Aveva prima sentito il medico di famiglia, uno zio luminare. Questi le aveva consigliato un ciclo di pediluvi con bicarbonato. Successivamente, visto che la giovane non reagiva alla cura, si ricorse anche alla lampada abbronzante. Insoddisfatta, provò con impacchi di melone, infusi di coriandolo, sterco di capra, rugiada di tiglio. Nulla.
Ritenendosi in preda a forze sovrannaturali, si rivolse ad un religioso, il quale dichiarò la propria incompetenza in materia di nèi. Poi fu la volta di mago, che si limitò a predirle il futuro. Di queste rivelazioni non diremo nulla: per motivi di riservatezza e perché anticipazioni potrebbero essere in contrasto con la fine di questo breve racconto. Inoltre, il mago, in preda ad una vero e proprio parossismo di veggenza, non si limitò solo al futuro della cliente. Predisse anche quello dei genitori, dei nonni (in questo caso non fu difficile perché, nonostante il bell’aspetto, soffrivano già di gastrite folgorante), del portiere del palazzo, della maestra Ada, delle maestre di scuola, del parroco, del quartiere dove abitava, e così via. Fino al futuro di chi scrive che, dopo averci riflettuto, capì di essersi messo in un bell’impaccio da solo. Tuttavia, dopo un momento di smarrimento, l’autore decise d’inquadrare questo increscioso episodio nell’imprevedibile, interessante e oscura vita dello scrittore (che non è sempre compatibile con l’esuberanza dei maghi).
IV
La donna, perché oramai era divenuta tale, perse lentamente il suo proverbiale contegno e si affidò ad una serie di personaggi che non solo l’illudevano ma, dopo aver fallito, le infondevano anche un senso di colpa. Evidentemente dipendeva da lei, e solo da lei, il non voler guarire da quella grave imperfezione.
In ultimo, nel presepio della vita, si materializzò anche il santone, uno sciamano precisamente. Questi capì, nella sua esoterica intelligenza, che un chiacchierata con gli spiriti avrebbe certamente ricondotto a più miti pretese la podologica macchia.
A Bordo di una canoa, lo sciamano, approfittando di una trance, condusse la donna in un viaggio misterioso. Il viaggio durò diversi giorni e, quando tornarono, si leggeva sui loro volti sconvolti che il neo aveva resistito, indelebile.
V
Divenuta anziana la donna attese il suo novantesimo compleanno per lasciare questa terra. Lo fece per due motivi. il novanta è un numero divisibile per due, per tre, per cinque, per nove, per dieci ed è soprattutto cifra tonda, compimento delle decina. L’altro motivo è che se qualcuno avesse voluto giocare al lotto gli anni della sua vita, il novanta era l’ultimo numero utile. Si comportò dunque con cabalistico rispetto, rispecchiando, anche nell’aritmetica, la precisione della sua esistenza.
Arrivata nell’aldilà, si accorse subito che quel mondo non faceva per lei. Vi regnava infatti una gran confusione e non era come si racconta nell’al di qua, cioè tutto lindo, tinto  e ordinato. Per prima cosa non c’erano nuvole sulle quali camminare, niente vestiti bianchi e niente porte o portoni. Di conseguenza niente chiavi e portinai. Questo fatto le sembrò insopportabile, pensò di aver sbagliato posto, che qualcuno le avesse tirato un brutto scherzo. Per questo motivo si decise a chiedere informazioni.
VI
C’era lì un giovinetto seduto. Da alcuni dettagli si capiva che doveva essere uno di figuranti che appaiono nei racconti degli scrittori.
- Dove siamo? Chiese la donna.
- Nell’aldilà! Rispose annoiato il giovanetto.
- Siamo sicuri?
- Sì, certo. Mi lasci indovinare, signora, lei ha per caso un puntino nero sulla parte interna dell’alluce?
- E lei come fa a saperlo? E mentre lo diceva si assicurò che i piedi fossero coperti.
- Perché qui hanno tutti quel coso.
- Tutti?
- Tutti.
- Ma allora…
- Scommetto anche che lei ha passato tutta la vita cercando di toglierlo via …
- Si, è vero..
Il giovane scoppiò in una risata ora solenne ora isterica. Sembrava non riuscire più a fermarsi. La donna lo guardava turbata e impaurita. Il giovane continuava a ridere contorcendosi e asciugandosi gli occhi dalla lacrime che, nel ridere a crepapelle, gli scendevano sul viso. Poi sembrò calmarsi.
- Quindi, lei non ha mai capito cosa fosse quella macchia? Le chiese il giovane.
- Un neo, un piccolo insignificante neo. Cosa dovrebbe essere?
- Un neo?
- Sì un neo, e che altro avrebbe dovuto essere? D’altronde mi guardi, non le sembro una persona ordinata?
- E certo, quindi non ha mai riflettuto sull’origine di quella macchiolina?
- No. A dire il vero mi sembrava solo un fastidio. Una piccola zona colorata fuori posto. Il sintomo di un disordine che non ho mai tollerato.
- Ha detto bene!
- Cosa?
- Disordine!
- Lasci perdere quella parola…
- Vede che allora si trova nel posto giusto?
- E perché mai?
- Perché questo è il regno del disordine?
- Ma allora non siano nell’aldilà?
- Sì che ci siamo!
- E quella piccola macchia?
- Ma non ha ancora capito? E riprese a ridere a più non posso. Poi cercando di trattenersi riuscì appena a sussurrare:  È la sua coscienza! Signora, la sua coscienza!
© 2013 Gianfranco Brevetto

sabato 10 agosto 2013

Il cappello del turista




Quando sarò grande mi comprerò un cappello da turista sufficientemente ridicolo da poter girare tutto il mondo.
Sì, quando sarò grande ( e solo allora e non prima perché da grande tutto si può fare anche le cose proibite) farò il giro del mondo con questo cappello.
Girerò in senso antiorario perché così incontrerò di faccia tutti gli altri che vanno per il verso giusto. Ma loro non avranno più il cappello, lo avranno perso al primo soffio di vento. Anzi alcuni lo staranno ancora rincorrendo, curvi, pronti a pestarlo coi piedi per riacciuffarlo.
Sono sicuro che nell’attimo preciso in cui diventerò grande (perché vi è un preciso istante anche per quello) aprirò la porta ed andrò via. Contento di essere me stesso, sicuro di essere me stesso, perché da piccolo non lo ero o non mi ero ancora ritrovato ( ma questo non lo saprò mai di sicuro).
Dicevo che quando sarò grande, col mio cappello saluterò le persone con un gesto della mano, un gesto come se me lo volessi cavare di testa, ma senza mai farlo. Ma va bene così, perché così si fa.
Voglio però fare il giro seguendo la linea dell’equatore per godermi tutto il viaggio, perché è più lungo e nessuno mi potrà dire che ho barato. Girando come su di un mappamondo, penserò alle cose da fare. Alle cose bellissime e piene di libertà che si fanno quando si è grandi. Perché solo allora nessuno più ti obbliga a fare o ti sgrida per le cose fatte.
Un mondo meraviglioso quello dei grandi. E, quando finalmente ci sarò, non dovrò chiedere più nulla a nessuno, perché saprò fare e saprò insegnare. Da grande.
Camminerò soddisfatto con il cappello ridicolo che ho acquistato per l’occasione. Un cappello a falde piccole di finta paglia, contornato da un nastro blu. Un cappello perfetto per fare il turista in un mondo perfetto per i turisti. Un turista adulto dico, perché da piccoli si pensa ad altro (qualcuno direbbe fortunatamente) ed i cappelli ridicoli te li scelgono gli altri e non tu, che di cappelli ne faresti anche a meno. Anzi da piccoli non ti portano nemmeno in giro a fare il turista, perché tanto non ricorderesti nulla. Così dicono.
Ma da grande vedrò tutto con altri occhi. Quelli di un grande. Mi guarderò intorno e mi sentirò grande col mio cappello da grande. E forse, quando sarò grande, quel ridicolo cappello mi aiuterà a sentirmi meno solo, perché intorno a me vedrò poca gente. Forse nessuno.
Da grande sarò solo. E forse io non ci sarò nemmeno.
 
 
© 2013 Gianfranco Brevetto
 
 


venerdì 15 febbraio 2013

Marta e....Leda Ricciardelli

Marta sembra lei la protagonista ma il vero protagonista è lui: l'io narrante, quell'io che cerca di capire,di andare a fondo attraverso i dettagli anche se inizialmente appare un uomo stanco di capire...ma non riesce a fermare i suoi pensieri volutamente ossessivi.E' un uomo che pensa ad una donna forse veramente incontrata per un eterno attimo , attraverso lei si confronta soffre e ritorna alla vita.Una storia non-storia,un amore abbozzato,Marta non -Marta ,Io non -io.
 Ma Marta è ,Lui è...loro sono agli occhi degli altri che non sanno della loro sofferenza.Marta "e" lui una "congiunzione" che li unisce e li separa.
 Libro ben scritto .Io amo particolarmente quella che chiamo scrittura "sincopata" fatta cioè di pensieri -annotazioni che somigliano ad un respiro consapevolmente irregolare.Ossessivo al punto giusto dove l'unione tra un uomo e una donna è comunque solitudine.Avrei approfondito alcuni aspetti ma credo che tu non l'abbia fatto di proposito perchè approfondire porta spesso alla giustificazione dei comportamenti e avrebbe portato ad una storia qualunque.
 Concludo altrimenti scriverei all'infinito dicendoti,anzi gridandoti (spero tu possa sentirlo virtualmente) BRAVO
 
LEDA RICCIARDELLI (insegnante e pedagogista)


martedì 5 febbraio 2013

SALIVA!


 Ho scritto “risaliva”

Ma alcuni benpensanti,

con la pressione bassa,

in pochi istanti


(perché il tempo passa

e lo fa in fretta,

in maniera furtiva)


senza darmi retta

volendo ripulire

l’umido imperfetto,

credendo fosse uguale,

                                                                                          con un tratto netto

                                                                                            han corretto “risale”





G. Brevetto, Saliva