C'est en écrivant qu'on devient écriveron (Raymond Queneau)

C'est en écrivant qu'on devient écriveron (Raymond Queneau)
"C'est en écrivant qu'on devient écriveron" (Raymond Queneau)

martedì 29 ottobre 2013

GELATI!

Quest’anno mi ha preso così! Non so il perché o quando la cosa abbia avuto inizio. A volte capita, mi dico, avere dei periodi in cui prende una fissa. Un’abitudine strana o inusuale, della quale  non posso fare a meno. Poi passa.
Di solito faccio altro. Cammino sulla pavimentazione stradale stando attendo a non mettere il piede sulle fughe, apro la porta sempre con la mano destra, entro in acqua esclusivamente col piede sinistro, conto fino a dodici prima di aprire gli occhi ogni mattina.
Dicevo, la mia compulsione attuale è di ritrovarmi tutti i giorni a saltare il pasto per andare, sempre nel solito posto, ad acquistare una coppetta di gelato allo yogurt. Da tre euro. Prenderei anche quella da due. Mi sembra, però, un po’ ristretta per poter competere col pranzo.
Per risultare imprevedibile, nella mia prevedibile ossessione momentanea, ci vado ad orari diversi. Dall’altra parte del bancone incontro sempre una coppia, che si alterna. Non ho capito bene se negli orari o nei giorni. Non so se si tratti di marito e moglie.
Per mesi mi sono limitato ad entrare e chiedere la solita coppetta da tre euro di solo yogurt. Lui o lei, mi guardavano come se mi vedessero per la prima volta. Questo è andato avanti per diverso tempo, diciamo un paio di mesi.
L’altro giorno sono entrato nella gelateria e il giovanotto, senza dirmi buon giorno perché da queste parti è così, mi ha chiesto:
- Il solito cono al cioccolato?
Sono rimasto qualche secondo senza parlare, indeciso se assecondarlo, poi ho preso coraggio e gli ho detto:
- No, vorrei una coppetta da tre euro al gusto yogurt.
- Mi scusi,  la confondevo con un altro signore che le somiglia.
- E questo signore viene ogni giorno?
- Si, come fa lei.
- Da tanto?
- Più o meno da quando viene lei.
Adesso cominciavo a spiegarmi il fatto che non mi riconoscessero, e cominciavo anche a giustificarli. C’era, quindi, un'altra persona che loro confondevano con me e, nell’incertezza, evitavano di pronunciarsi.
Mangiai  tranquillamente il mio gelato.
Poi mi assalirono due dubbi che conservo, nonostante sia passato del tempo, contrariato e senza potermi dar pace:
Primo. Se il giovanotto si è sbagliato solo perché io somiglio al signore del cioccolato più di quanto quest’ultimo somigli a me. Non solo, quindi, ho  un sosia, ma questi è più originale di me. Io appaio, a questo punto, solo una riproduzione di altri, con i quali ci si può confondere.
Secondo. E questo, a mente fredda, mi apparve il più grave. Questo signore, a cui io tanto somiglio, mangia gelati al cioccolato. Come è possibile? Avrei accettato anche di essere un sosia, ma non riuscivo a pensare ad una persona, che gli altri credevano me, mentre volgarmente leccava il suo cono al cioccolato.
Anche l’identità più incerta, in fondo, ha una sua dignità. A tutto c’è un limite.
Gianfranco Brevetto 2013 (diritti riservati)

sabato 19 ottobre 2013

RELAZIONI SOVRAFFOLLATE



 
 

Alcuni anni or sono,  ebbi l’onore d’intervenire nel corso di un importante consesso scientifico dedicato alla spinosa questione del perché solo la confettura d’arancia potesse fregiarsi dell’appellativo di marmellata.

In verità, l’invito che ricevetti qualche giorno prima, recitava in modo diverso. Si parlava di anomia speculare - questione altrettanto spinosa quanto inusuale - e sulla quale avevo cercato di prendere appunti per cercare d'intervenire in modo degno.

Ebbi la sensazione, lo confesso, che avessero confuso il mio nome con quello di qualche altro luminare dedito all’argomento agroalimentare. Non mi persi d’animo e quel giorno me ne stavo seduto al tavolo dei relatori, insieme ad altri sconosciuti. Tutti con una bella targhetta davanti con il nome scritto sopra.

Allora ero giovane e non potevo prevederne le conseguenze, ma il mio intervento fu, ora posso confessarlo, tra l’anomia del fiore d’arancio e la marmellata allo specchio.

Insomma, approfittando di un pubblico distratto, me la cavai agevolmente meritando anche qualche stentato applauso finale. Tanto quello, in certe occasioni, non si nega a nessuno.

Verso la fine dell’evento, che durò, compreso la pausa per il rinfresco, circa tre ore, me ne stavo seduto, guardando il pubblico numeroso e felicitandomi per lo scampato pericolo. Ce l’avevo fatta, ancora una volta, ad intervenire su questioni nelle quali mi ritenevo un perfetto ignorante e che mi lasciavano nella più completa indifferenza.

Quando sembrava che il tutto stesse terminando, si alzò un ragazzo di circa una ventina d’anni che, indicandomi col dito, mi chiese:

- L’ho ascoltata molto attentamente e devo dire che il suo ragionamento mi ha particolarmente toccato, In proposito vorrei chiederle: secondo lei qual è il numero perfetto per formare una coppia?

Sentivo lo sguardo di tutti sopra di me, io finsi di appuntarmi la domanda del ragazzo, su di un foglio che avevo lì d’innanzi. Guardai due volte il soffitto e mi schiarì la voce.

- Gentile amico, se le dovessi rispondere con la stessa logica che contraddistingue questo incontro, le direi che di coppie ce ne sono solo con due persone. Ma, guardandomi intorno, le posso dire che al giorno d’oggi, la coppia ideale non può fare a meno di corredarsi di una coppia di amanti, che sia speculare alla coppia stessa. Un duplicato che li rappresenta. Che fa le loro veci. Perché, caro giovanotto, l’assenza di regole – dissi scrutando i miei appunti – non esiste, ma produce altre regole. La gente dice di amarsi, ma si ama tramite l’amante, che è un sostantivo ed anche un participio presente. E se è presente vuol dire che compie l’atto, che c’è e non può mancare. Mi dica una cosa. Come chiamiamo la persona che amiamo…il mio…

-         Il mio amato!

-         Appunto, participio passato!

Gli applausi partirono spontaneamente.

Da quel giorno, la gente ebbe chiara in mente anche la questione della marmellata e della confettura.

 

© 2013 Gianfranco Brevetto


giovedì 10 ottobre 2013

IL GIORNO IN CUI LA MIA SCARPA COMINCIO' A SCRICCHIOLARE




Non ricordo tante cose di me. Né desidero farlo. Non ho agende e consulto il calendario solo quando è necessario. Diffido delle persone che prendono impegni da qui a qualche mese. Quei pochi appuntamenti che ho li ricordo a mente, e quelli che non ricordo e come se non fossero mai esistiti. L’averli dimenticati è indice della loro importanza.

Ma di tutte le date importanti, compleanni, ricorrenze, celebrazioni, ricordo solo un giorno, uno in particolare. Per quanto possa sembrare strano, è solo quel giorno che mi ha colpito, che ho ritenuto importante non perdere di vista. Dicevo, non mi era mai successo, i giorni belli o brutti ritenevo che facessero parte del passato, verso il quale, per scelta personale, non mi sono mai voltato.

Tempo prima avevo comprato al mercato delle scarpe. Alcuni oggetti ci ispirano simpatia da subito, quasi ci fossero appartenuti da sempre a noi e mai vorremmo lasciarli. Mentre per altri è diverso. Li sentiamo estranei. Anche se belli li abbandoniamo, con una scusa qualsiasi, da qualche parte. Ripromettendoci, sempre, di riprenderli in secondo momento. Ma, questo è il mistero, anche se l’istinto ce lo consiglia, non li buttiamo via mai.

Di quelle scarpe mi ero innamorato a prima vista. Mi piacevano. Le avevo da subito indossate ed erano divenute le mie preferite. Anzi ne avevo anche scoperto qualità impreviste, sulle quali non mi dilungo. Insomma tutto trascorreva per il meglio, ed anzi continuamente le controllavo temendo, con orrore, di scoprire qualche cedimento nella suola o nella tomaia. Ma, quelle scarpe, sembravano possedere una resistenza fuori del normale.

Improvvisamente il 28 ottobre alle ore 15,15, nell’atto di rientrare in casa, mi sembrò che la suola della scarpa sinistra, nell’istante di toccare il pavimento, una volta superata la soglia, emettesse come un piccolo cigolio, più che un cigolio una sorta di stridio, come un criiiii. La cosa mi sembrò impossibile. Continuai a camminare in casa e quel criii  piano piano divenne un cre cre, poi un cra e quindi cre cra. Al passo felpato del destro corrispondeva il cre cra del sinistro. Mi fermai, respirai profondamente. Detti la colpa al pavimento, quindi tornai in strada dove il cre cra persisteva attutito dai rumori di fondo.

Camminai a lungo, ma non riuscivo a distogliere il pensiero da rumore della suola, cre cra, cre cra, cre cra… Allora entrai in un bar per ordinare un caffè, cre cra cre cra.. Telefonai ad un amico, cre cra cre cra cre cra… Tornai a casa, mi tolsi le scarpe e guardai a lungo la suola ancora perfetta. M’infilai delle antipaticissime pantofole, in un’odiosa padella mi riscaldai la cena. La mangiai con una coppia di posate che mi avevano regalato e che avevo, più volte, pensato di lasciar andare nell’immondizia  alla prima occasione. Mi addormentai in quelle lenzuola color rosa pallido: ci avevo dormito con una donna insopportabile che, fortunatamente, non avevo più rivisto.

Era il 28 ottobre alle ore 23,00.

Prima di addormentarmi, ripensai alle mie scarpe. Quelle amate, senza bisogno di contare il tempo.

Mi avevano reso felice in un mondo imperfetto.

Comprai un’agenda. A malincuore.

 

© 2013 Gianfranco Brevetto

martedì 1 ottobre 2013

UNA DONNA PERFETTA


I
Sembrava una ragazzina sveglia. E lo era. A scuola tutto bene, genitori e maestri entusiasti. Ottimi voti, palestra due volte a settimana. Lezioni di pianoforte con la maestra Ada, postura irreprensibile, schiena dritta e mani poggiate con leggerezza sulla tastiera.
Alla mamma non restava che farsene un continuo vanto : “Mia figlia, una ragazza d’oro, un vero gioiello”, si figuri che sono andata a sentire il saggio di pianoforte. Mi sono seduta in prima fila, proprio davanti a lei. Mi sono commossa. Ah, la mia piccola una vera donnina, mi aiuta in casa come se fosse già un’adulta. Beato l’uomo che la sposerà".
Ma le lodi non venivano solo dalla madre, c’era anche la nonna, anzi tutti e quattro i nonni perché, per essere perfetti, non ne deve essere morto nemmeno uno. Il papà  parlava poco di lei, si scherniva e andava in un brodo di giuggiole al solo pensiero .
II
Insomma erano tutti contenti . Anche lei era contenta, ma non di lei. Era contenta perché vedeva tutti contenti e quindi credeva che la vita fosse fatta così. Una vita contenta tra i contenti, nel massimo ordine. A casa nulla era fuori posti, c’era un posto a tutto. La famiglia viveva in un sano ordine naturale. Per esempio, quando indossavano qualsiasi vestito, camicia, giacca, questi non apparivano mai sgualciti, anche a fine giornata. Ad agosto, il caldo non esisteva per loro. Una magrezza sobria e innaturale li proteggeva.
Perfetti. Tutti. In ogni occasione. Inutile dire che anche le acconciature erano perfette e, madre e figlia, non usavano mai truccarsi: erano magicamente deliziose anche al risveglio.
E tutto sarebbe andato nel  migliore dei modi, secondo il manuale dell’esistenza prevedibile e perfetta , se non fosse stato per un neo. Un piccolo neo. Ma in verità lei non sapeva se si trattasse di un neo o di una piccola voglia. Dell’esistenza di questo neo, lei era l’unica a conoscenza. Chiariamo subito che di nèi ne aveva, ma tutti erano distribuiti armonicamente sul suo corpo, tranne quello. Aveva osato posarsi sul lato interno dell’alluce e, anche se normalmente riparato tra le due dita del piede, pareva mostrarsi nei momenti meno opportuni. Per esempio, all’atto di provare un sandalo nuovo.
III
La ragazzina, se pur irreprensibilmente, appariva infastidita da questa insolita macchiolina. Preferiva dunque non mostrare mai i suoi piedini armoniosi e dalle forme delicate. In spiaggia, ad esempio, li teneva sempre leggermente nascosti nella sabbia.
Con l’andare degli anni, il pensiero del neo, di quella imperfezione, aveva finito per tormentarla. Aveva prima sentito il medico di famiglia, uno zio luminare. Questi le aveva consigliato un ciclo di pediluvi con bicarbonato. Successivamente, visto che la giovane non reagiva alla cura, si ricorse anche alla lampada abbronzante. Insoddisfatta, provò con impacchi di melone, infusi di coriandolo, sterco di capra, rugiada di tiglio. Nulla.
Ritenendosi in preda a forze sovrannaturali, si rivolse ad un religioso, il quale dichiarò la propria incompetenza in materia di nèi. Poi fu la volta di mago, che si limitò a predirle il futuro. Di queste rivelazioni non diremo nulla: per motivi di riservatezza e perché anticipazioni potrebbero essere in contrasto con la fine di questo breve racconto. Inoltre, il mago, in preda ad una vero e proprio parossismo di veggenza, non si limitò solo al futuro della cliente. Predisse anche quello dei genitori, dei nonni (in questo caso non fu difficile perché, nonostante il bell’aspetto, soffrivano già di gastrite folgorante), del portiere del palazzo, della maestra Ada, delle maestre di scuola, del parroco, del quartiere dove abitava, e così via. Fino al futuro di chi scrive che, dopo averci riflettuto, capì di essersi messo in un bell’impaccio da solo. Tuttavia, dopo un momento di smarrimento, l’autore decise d’inquadrare questo increscioso episodio nell’imprevedibile, interessante e oscura vita dello scrittore (che non è sempre compatibile con l’esuberanza dei maghi).
IV
La donna, perché oramai era divenuta tale, perse lentamente il suo proverbiale contegno e si affidò ad una serie di personaggi che non solo l’illudevano ma, dopo aver fallito, le infondevano anche un senso di colpa. Evidentemente dipendeva da lei, e solo da lei, il non voler guarire da quella grave imperfezione.
In ultimo, nel presepio della vita, si materializzò anche il santone, uno sciamano precisamente. Questi capì, nella sua esoterica intelligenza, che un chiacchierata con gli spiriti avrebbe certamente ricondotto a più miti pretese la podologica macchia.
A Bordo di una canoa, lo sciamano, approfittando di una trance, condusse la donna in un viaggio misterioso. Il viaggio durò diversi giorni e, quando tornarono, si leggeva sui loro volti sconvolti che il neo aveva resistito, indelebile.
V
Divenuta anziana la donna attese il suo novantesimo compleanno per lasciare questa terra. Lo fece per due motivi. il novanta è un numero divisibile per due, per tre, per cinque, per nove, per dieci ed è soprattutto cifra tonda, compimento delle decina. L’altro motivo è che se qualcuno avesse voluto giocare al lotto gli anni della sua vita, il novanta era l’ultimo numero utile. Si comportò dunque con cabalistico rispetto, rispecchiando, anche nell’aritmetica, la precisione della sua esistenza.
Arrivata nell’aldilà, si accorse subito che quel mondo non faceva per lei. Vi regnava infatti una gran confusione e non era come si racconta nell’al di qua, cioè tutto lindo, tinto  e ordinato. Per prima cosa non c’erano nuvole sulle quali camminare, niente vestiti bianchi e niente porte o portoni. Di conseguenza niente chiavi e portinai. Questo fatto le sembrò insopportabile, pensò di aver sbagliato posto, che qualcuno le avesse tirato un brutto scherzo. Per questo motivo si decise a chiedere informazioni.
VI
C’era lì un giovinetto seduto. Da alcuni dettagli si capiva che doveva essere uno di figuranti che appaiono nei racconti degli scrittori.
- Dove siamo? Chiese la donna.
- Nell’aldilà! Rispose annoiato il giovanetto.
- Siamo sicuri?
- Sì, certo. Mi lasci indovinare, signora, lei ha per caso un puntino nero sulla parte interna dell’alluce?
- E lei come fa a saperlo? E mentre lo diceva si assicurò che i piedi fossero coperti.
- Perché qui hanno tutti quel coso.
- Tutti?
- Tutti.
- Ma allora…
- Scommetto anche che lei ha passato tutta la vita cercando di toglierlo via …
- Si, è vero..
Il giovane scoppiò in una risata ora solenne ora isterica. Sembrava non riuscire più a fermarsi. La donna lo guardava turbata e impaurita. Il giovane continuava a ridere contorcendosi e asciugandosi gli occhi dalla lacrime che, nel ridere a crepapelle, gli scendevano sul viso. Poi sembrò calmarsi.
- Quindi, lei non ha mai capito cosa fosse quella macchia? Le chiese il giovane.
- Un neo, un piccolo insignificante neo. Cosa dovrebbe essere?
- Un neo?
- Sì un neo, e che altro avrebbe dovuto essere? D’altronde mi guardi, non le sembro una persona ordinata?
- E certo, quindi non ha mai riflettuto sull’origine di quella macchiolina?
- No. A dire il vero mi sembrava solo un fastidio. Una piccola zona colorata fuori posto. Il sintomo di un disordine che non ho mai tollerato.
- Ha detto bene!
- Cosa?
- Disordine!
- Lasci perdere quella parola…
- Vede che allora si trova nel posto giusto?
- E perché mai?
- Perché questo è il regno del disordine?
- Ma allora non siano nell’aldilà?
- Sì che ci siamo!
- E quella piccola macchia?
- Ma non ha ancora capito? E riprese a ridere a più non posso. Poi cercando di trattenersi riuscì appena a sussurrare:  È la sua coscienza! Signora, la sua coscienza!
© 2013 Gianfranco Brevetto

sabato 10 agosto 2013

Il cappello del turista




Quando sarò grande mi comprerò un cappello da turista sufficientemente ridicolo da poter girare tutto il mondo.
Sì, quando sarò grande ( e solo allora e non prima perché da grande tutto si può fare anche le cose proibite) farò il giro del mondo con questo cappello.
Girerò in senso antiorario perché così incontrerò di faccia tutti gli altri che vanno per il verso giusto. Ma loro non avranno più il cappello, lo avranno perso al primo soffio di vento. Anzi alcuni lo staranno ancora rincorrendo, curvi, pronti a pestarlo coi piedi per riacciuffarlo.
Sono sicuro che nell’attimo preciso in cui diventerò grande (perché vi è un preciso istante anche per quello) aprirò la porta ed andrò via. Contento di essere me stesso, sicuro di essere me stesso, perché da piccolo non lo ero o non mi ero ancora ritrovato ( ma questo non lo saprò mai di sicuro).
Dicevo che quando sarò grande, col mio cappello saluterò le persone con un gesto della mano, un gesto come se me lo volessi cavare di testa, ma senza mai farlo. Ma va bene così, perché così si fa.
Voglio però fare il giro seguendo la linea dell’equatore per godermi tutto il viaggio, perché è più lungo e nessuno mi potrà dire che ho barato. Girando come su di un mappamondo, penserò alle cose da fare. Alle cose bellissime e piene di libertà che si fanno quando si è grandi. Perché solo allora nessuno più ti obbliga a fare o ti sgrida per le cose fatte.
Un mondo meraviglioso quello dei grandi. E, quando finalmente ci sarò, non dovrò chiedere più nulla a nessuno, perché saprò fare e saprò insegnare. Da grande.
Camminerò soddisfatto con il cappello ridicolo che ho acquistato per l’occasione. Un cappello a falde piccole di finta paglia, contornato da un nastro blu. Un cappello perfetto per fare il turista in un mondo perfetto per i turisti. Un turista adulto dico, perché da piccoli si pensa ad altro (qualcuno direbbe fortunatamente) ed i cappelli ridicoli te li scelgono gli altri e non tu, che di cappelli ne faresti anche a meno. Anzi da piccoli non ti portano nemmeno in giro a fare il turista, perché tanto non ricorderesti nulla. Così dicono.
Ma da grande vedrò tutto con altri occhi. Quelli di un grande. Mi guarderò intorno e mi sentirò grande col mio cappello da grande. E forse, quando sarò grande, quel ridicolo cappello mi aiuterà a sentirmi meno solo, perché intorno a me vedrò poca gente. Forse nessuno.
Da grande sarò solo. E forse io non ci sarò nemmeno.
 
 
© 2013 Gianfranco Brevetto
 
 


venerdì 15 febbraio 2013

Marta e....Leda Ricciardelli

Marta sembra lei la protagonista ma il vero protagonista è lui: l'io narrante, quell'io che cerca di capire,di andare a fondo attraverso i dettagli anche se inizialmente appare un uomo stanco di capire...ma non riesce a fermare i suoi pensieri volutamente ossessivi.E' un uomo che pensa ad una donna forse veramente incontrata per un eterno attimo , attraverso lei si confronta soffre e ritorna alla vita.Una storia non-storia,un amore abbozzato,Marta non -Marta ,Io non -io.
 Ma Marta è ,Lui è...loro sono agli occhi degli altri che non sanno della loro sofferenza.Marta "e" lui una "congiunzione" che li unisce e li separa.
 Libro ben scritto .Io amo particolarmente quella che chiamo scrittura "sincopata" fatta cioè di pensieri -annotazioni che somigliano ad un respiro consapevolmente irregolare.Ossessivo al punto giusto dove l'unione tra un uomo e una donna è comunque solitudine.Avrei approfondito alcuni aspetti ma credo che tu non l'abbia fatto di proposito perchè approfondire porta spesso alla giustificazione dei comportamenti e avrebbe portato ad una storia qualunque.
 Concludo altrimenti scriverei all'infinito dicendoti,anzi gridandoti (spero tu possa sentirlo virtualmente) BRAVO
 
LEDA RICCIARDELLI (insegnante e pedagogista)


martedì 5 febbraio 2013

SALIVA!


 Ho scritto “risaliva”

Ma alcuni benpensanti,

con la pressione bassa,

in pochi istanti


(perché il tempo passa

e lo fa in fretta,

in maniera furtiva)


senza darmi retta

volendo ripulire

l’umido imperfetto,

credendo fosse uguale,

                                                                                          con un tratto netto

                                                                                            han corretto “risale”





G. Brevetto, Saliva

 

venerdì 26 ottobre 2012

MARTA E....AMELIA RICCIARDELLI


Letto, tutto di un fiato in un pomeriggio, e devo dire che è molto interessante....... sei riuscito a raccontare una storia un "amore" senza raccontare storie. Conosci Marta senza conoscere nulla di lei, la riconosceresti senza averla mai vista... davvero bravo !!! e il finale mi piace molto ... per un uomo capire alcune sfaccettature di una donna è difficile, figuriamoci descriverle raccontarle.... una bella scoperta.... .. complimenti.... (p.s. ci vedrei tanto un cortometraggio, ci hai pensato ? )

martedì 25 settembre 2012

Litote ed eufemismo. L’arte di nascondere.



 “La litote […]  C’est l’art d’exprimer le plus en disant le moins”. (A. Gide)
Devo dire che quel tipo non era male. Non era giovane, neanche molto anziano. Senza avvicinarsi, con tono per nulla arrogante, mi propose di aiutarlo.
- Nulla di preoccupante, ci tenne a precisare, non vorrei disturbare.
- Esponga pure senza farsi problemi, gli dissi, ma tenga conto che non ho molto tempo.
Come se non avessi fatto quella precisazione, cominciò a raccontarmi una serie di episodi non comuni della sua apparentemente banale esistenza.
- Non ho brillato molto negli studi eppure sono riuscito a mettere da parte una discreta fortuna, cominciò col dire. Nonostante le traversie non mi sono mai perso d’animo.
Non capivo cosa volesse dire esattamente, ma non ci feci caso più di tanto. Lui non smise  di raccontare.
- Non mi manca molto la mia infanzia, confessò con qualche reticenza. Eppure devo dire che non  ho conosciuto sufficientemente i mei.
- La seguo non senza difficoltà, gli dissi.
- Non si preoccupi, non sono in pochi ad avermelo detto.
- Immagino che non ci voglia molto coraggio a farlo.
- Non vedo come non ammetterlo.
 
©2012 Gianfranco Brevetto
 

martedì 18 settembre 2012

GNIK !

-Gnik!gnik!gnik!


Sentivo provenire questa specie di lamento continuato da qualche parte, in sala, sotto la credenza. E’ vero, riflettei, quel mobile aveva qualche anno.

- I tarli! Pensavo, e ci riflettevo su perché i tarli hanno sempre costituito per me una minaccia più che una realtà: non ne aveva mai visto uno!

-Gnik!gnik!gnik!....Gnik!gnik!gnik!

- Insistente! Un tarlo sfacciato, tra tanti tarli educati, ne doveva capitare uno così proprio a me!

-Gnik!gnik!gnik!....Gnik!gnik!gnik!

-Da qualche parte avevo letto che contro i tarli si doveva utilizzare quello spray della pubblicità, quello che si spruzza. Divertente!

- Gnik!gnik!gnik!....Gnik!gnik!gnik-

- Anche insolente, ora!

- Gnik!gnik!gnik!....Gnik!gnik!gnik

- Adesso vediamo! Dissi. E corsi a prendere, nello sportello in basso della cucina, lo spray, quello della pubblicità, e mi acquattai nei pressi delle credenza per colpire, quel tarlaccio maleducato, al prossimo rumorino sospetto.

- Gnik!gnik!gnik!....Gnik!gnik!gnik

- Prussssss! Prussssss! Prussssssss! La nuvola dello spray avvolgeva la gamba destra del mobile. Proprio quella dalla quale sembrava provenire quello strano scricchiolio.

- Gnik!gnik!gnik!....Gnik!gnik!gnik

-Stavolta ti sistemo io! Prussss!...Prussss….!!!!

- Gnik!gnik!gnik!....Gnik!gnik!gnik

-Prussss…..Prusssss…..

- Gnik…Gnik…

- Prussss…..

- Otuia! Otuia! Onos iuq! Onos nu er! Eht Gnik!

- Vai via ! Prussss…

- Otuia! Otuia!

- Crepa ! Prussssssss….sss..s!

Vedevo che da un forellino nel legno usciva come una piccola testa di spillo lucente. Doveva essere lì quel tarlo sciagurato.

- Prussssssss….e vai con la nuvoletta distruggi tarli!

- Atsab! Atsab!

- Pru..s…s…………s! Cavoli proprio adesso doveva finire! S………s…………s….

- Atsab! Atsab!.....onos nu er!.... onos nu…onos…

- S……, agitavo violentemente la bomboletta per farne uscire ancora un po’. Ss!s…..s!

Poi nulla più. Quella strana vocina si era placata. Aveva ragione la pubblicità! Ce l’avevo fatta. Ora sarei potuto anche andare a letto soddisfatto.

Ci misi un po’ a prendere sonno. Pensavo al tarlo, allo spray, alla battaglia vinta. Verso le due di notte il mio sonno improvvisamente s’interruppe. Tutto mi apparve chiaro quando vidi sulla spalliera delle sedia di fronte al letto, la maglietta che avevo indossato durante il giorno. Al rovescio.

- Onos nu adiciger! Pensai con terrore. Per questo era piccolo e indifeso. Colpa delle mia sbadataggine mattutina.

- Oh osiccu nu er! Eht gnik! Nu adiciger! Senza saperlo!

E chissà quanti lo scopriranno…


© 2012 Gianfranco Brevetto



martedì 4 settembre 2012

Marta e....Clara Paglionico

"Ho letto " Marta” di Gianfranco Brevetto, ma anche, dello stesso Autore, “Ghost track”, “Opus reticolatum” e “La forma delle parole”. Vi è un filo, un pensiero, che li unisce tutti e che in Marta mi è sembrato più evidente, più esplicito, forse più maturo: l’amore è forse una proiezione dell’io?
In questi libri, infatti, l’amore mi appare fecondo in sé in quanto capace persino di creare l’oggetto d’amore. Dunque, mi sembra, l’amore non è sentito come reale comunicazione, ma, piuttosto, come un' intuizione creativa dell’anima.
 In Marta c’è qualcosa di volutamente ossessivo, dico “volutamente”. Forse mi sbaglio, ma in questa volontaria ossessività ho visto una sottile, nascosta, ma amara e pungente provocazione: provocazione su certe illusioni dell’amore e della comunicazione.
 "Marta" si inserisce, quindi, in un percorso di ricerca dei "luoghi" della Verità, della Identità, dell'Amore, della Comunicazione. Brevetto percorre questa strada in maniera poetica, intensa, a volte dolorosa e provocatoria".
Clara Paglionico (Magistrato)
 

Marta e...Debora Aurilio

MARTA e Debora Aurilio (lettrice)
 ***

Ho letto il libro .... e non lo dico per retorica...ma ti assicuro che mi è piaciuto veramente molto....direi che mi ha veramente emozionato.
 "Marta" .... rappresenta il mondo femmile per eccellenza.
 Complimenti..

martedì 28 agosto 2012

MARTA ET...PIERRE (PEINTRE ET ECRIVAIN) ET LYSIANE QUELOZ


Nous venons de terminer la lecture (Lysiane me fait la lecture tandis que je peins) de « Marta », un chef d’œuvre !
 Toujours cet incomparable style qui nous entraîne à la suite d’un funambule qui se déplace, sans filet, par dessus le rêve et la réalité, et nous fait toucher le tréfonds de l’âme humaine.
 Nous avons trouver des accents de Cohen (Belle du Seigneur) dans ce rapport amour-rejet-mensonge de ce couple, de cette rencontre improbable qui finit par un ciao, y’a plus rien à voir. Mais surtout une ambiance pirandellienne, on touche, on effleure, mais on ne comprend pas l’autre.
 L’Art consiste à lever un peu le voile, en suggérant, sans tout dire. Par l’ambiance et les images parfumées et palpables que tu décris, tu parviens à nous envoûter.
 On se connaît mieux après t’avoir lu.
 Compliments et merci.
 Nous nous réjouissons, par avance, de relire « Marta », avec la superbe couverture d’Anna Pianura.
 Pierre (peintre et écrivain) et Lysiane Queloz

https://www.facebook.com/pierre.queloz.1

MARTA E.... VALENTINA GRASSO (Lettrice)

Come sempre le cose belle sono quelle che si fanno e si decidono in pochi istanti.
In un attimo ho deciso che dovevo leggere il libro, cinque minuti dopo l'ordine era già stato fatto!
Sicuramente la cosa è maturata nel tempo, l'input l'ho ricevuto dai vari link che pubblicava l'autore nella sua pagina facebook, e sebbene alcuni non fossero presi direttamente da Marta, spesso vedevo che lui descriveva le donne, parlava delle donne, ma non nel senso comune e non come un uomo potrebbe parlare di una donna: Brevetto descriveva il cuore delle donne.
Con tutta franchezza, avendo una bassissima opinione degli uomini in tal senso, non mi rendevo conto di come un uomo in realtà potesse descrivere così bene i pensieri e i sentimenti di una donna...
 Sarà forse stata la curiosità o la voglia di andare oltre, di capire attraverso la lettura di un intero libro che mi ha spinta a verificare se la sensazione che avevo avevo avuto corrispondesse al vero, o se si trattava solamente di una prima impressione
 Corrisponde al vero.
Di Marta e del suo aspetto fisico conosciamo relativamente poco sebbene sia stata fatta una descrizione precisa anche in tal senso. Conosciamo invece molto bene i suoi pensieri, sentimenti, ansie, paure e la sua quasi assenza di felicità.
Lei forse felice lo era, a suo modo, per come la concepisco io la felicità (ammesso che esista) non credo lo fosse. delicata la descrizione della storia d'amore, alla fine Marta rimane sospesa un pò nella sua aurea di mistero, rimane un pò un'enigma, perchè in fondo è giusto che sia così.
Ogni persona è un'enigma, anche se pensiamo di conoscere qualcuno alla perfezione, nella realtà non è mai così.
Per questo è bello il libro, perchè Marta è una donna vera.